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Palabra del Ejército Zapatista de Liberación Nacional

Nov022023

Parte Terza: Dení.

Parte Terza: Dení.

Il defunto SupMarcos diceva che non si possono comprendere le motivazioni della sollevazione senza conoscere prima la storia di Paticha, la bambina poco più piccola di 5 anni che gli morì tra le braccia per l’assenza di una pillola per la febbre. Adesso io vi dico che non potrete comprendere quello che successivamente vi spiegherà nel dettaglio il Subcomandante Insurgente Moisés se non conoscete la storia di Dení.

Dení è una bambina indigena, di radici e sangue Maya. È figlia di una insurgenta e di un insurgente indigeni zapatisti. Quando nacque, sarà stato 5 anni fa, la chiamarono con quel nome per omaggiare la memoria di una compagna che morì molti anni fa.

Denì fu conosciuta dal defunto SupGaleano quando era un Patz. Ovvero un tamalito, per quanto era in carne. Di fatti, così la chiamava il Sup: “Patz”. Adesso è magrolina, perché se ne va da una parte all’altra. Denì, quando le insurgente si riuniscono per svolgere un lavoro, si mette, secondo lei, a dargli lezione di salute autonoma. E disegna scarabocchi che, come ha poi spiegato, rappresentano delle promotrici di salute. Lei sostiene che sono meglio le promotrici, perché poi gli uomini non capiscono niente di “como mujeres que somos” [Come siamo come donne]. Sostiene fieramente che, per essere promotrice di salute, devi imparare a saper fare una iniezione che però non ti faccia male. “Perché che succede se hai bisogno di una puntura e non la vuoi perché ti fa male?”

Ora ci troviamo in una riunione delle cape e dei capi zapatisti. Il padre e la madre di Dení non sono presenti, ma la bambina è giunta seguendo Tzotz e la Pelusa, che sono sdraiati ai piedi del Subcomandante Insurgente Moisés e, a quanto pare, stanno attenti a quello che si sta dicendo.

Qualcuno sta spiegando:

“È qui presente Dení e lei è, diciamo, la prima generazione. Da qui a 20 anni, Dení avrà una creatura donna e la chiamerà “Denilita”, e lei sarebbe la seconda generazione. Denilita, 20 anni dopo, concepirà una bambina che si chiamerà “Denilitilla”, ed è la terza generazione. Denilitilla, arrivata ai suoi 20 anni, procreerà una bambina che si chiamerà “Denilititilla”, e si tratterebbe della quarta generazione. Denilititilla, al compiere i 20, partorirà una bambina che chiamerà “Denilí”, la quinta generazione. Denilí ai 20 anni d’età, avrà una bambina che chiamerà “Dení Etcétera”, che arriva ad essere la sesta generazione. Dení Etcétera, 20 anni dopo, ovvero tra 120 anni, avrà una bambina che non possiamo arrivare a sapere che nome ha, perché la sua nascita è già lontana sul calendario, ma lei è la settima generazione”.

Ora interviene il Subcomandante Insurgente Moisés: “Quindi noi dobbiamo lottare affinché questa bambina, che nascerà tra 120 anni, sia libera e sia ciò che voglia essere. Quindi non stiamo lottando perché questa bambina sia zapatista o aderente ai partiti o qualsiasi altra cosa, ma perché possa scegliere, quando avrà giudizio, quale sia il suo cammino. E non solo che possa decidere liberamente, ma anche e, soprattutto, che si assuma la responsabilità di questa scelta. Sarebbe a dire che, tutte le decisioni, quello che facciamo e quello che smettiamo di fare, hanno delle conseguenze. Quindi si tratta della possibilità che questa bambina cresca con tutti gli elementi per prendere una decisione e per assumersi le responsabilità delle sue conseguenze.

Ovvero che non dia la colpa al sistema, ai cattivi governi, al suo papà o alla sua mamma, ai sui familiari, agli uomini, alla sua metà (sia uomo, donna, o quello che sia), alla scuola, alle sue amicizie. Perché questa è la libertà: poter fare qualcosa senza pressioni o obbligo, ma assumendo ciò che si è fatto. Ovvero conoscendo le conseguenze già da prima”.

Il SubMoy si gira a guardare l’adesso defunto SupGaleano, come a dire “tocca a te”. Il defunto che ancora non è defunto (ma che già sa che presto lo sarà), sta prevedendo che un giorno bisognerà raccontare questo agli estranei e inizia:

“Questa Dení alla N-esima Potenza avrà smesso di parlare male dei maledetti uomini? Si che lo farà, come sempre. Ma le sue motivazioni non saranno legate al fatto che si burlarono di lei, la disprezzarono, la violentarono, la molestarono, la stuprarono, la picchiarono, la fecero scomparire, la assassinarono, la squartarono. No, sarà per cose e questioni normali, come il maledetto uomo che fa i peti a letto e appesta la coperta; o che non ci prende con la tazza del bagno; o che rutta come un becero; o che si compra la maglietta della sua squadra preferita, si mette i pantaloncini, calzettoni e scarpe speciali da calcio, per poi sedersi a vedere le partite mentre si imbottisce di popcorn pieni di salsa piccante; o che mette molta cura nella scelta dell’ “outfit” che indosserà per decenni: la sua maglietta preferita, i suoi pantaloncini preferiti, e le sue ciabatte predilette; o perché non lascia mai il telecomando della televisione; o perché non le dice che la ama, anche se lei sa che la ama, anche se un piccolo promemoria ogni tanto non è mai di troppo.”

Tra chi sta ascoltando, le donne, muovono la testa in modo affermativo come a dire “come al solito”; e gli uomini sorridono nervosamente.

Il SubMoy sa che si tratta dell’esordio del SupGaleano e che adesso passerà a quella che si chiama “solidarietà di genere”, e a parlare male delle donne, così che lo ferma giusto quando l’adesso defunto sta dicendo: “Ma sono le donne che…”

“Bene”, dice il SubMoy, “adesso stiamo parlando di una bambina che nascerà tra 120 anni e ci concentreremo su questo”. Colui che sa che soccomberà prende posto, lamentandosi di non aver potuto esporre la sua brillante tesi contro le donne. Il SubMoy continua:

“Quindi dobbiamo pensare a questa bambina. Quindi guardare lontano. E, guardando ciò che sembra molto lontano, bisogna capire che dobbiamo fare affinché questa bambina sia libera.

E questo è importante perché la tormenta è già su di noi. La stessa che avvertivamo quasi 10 anni fa. La prima cosa che vediamo è che la distruzione arriva più velocemente. Quello che pensiamo che sarebbe successo in 10 anni, già è qui.

Voi qui, già lo avete spiegato. Ci avete raccontato quello che vedete nelle vostre zone Tzeltal, Tzotzil, Cho´ol, Tojolabal, Mame, Zoque, Quiché. Sapete già quello che sta succedendo alla madre terra perchè la lavorate e in lei vivete. Sapete che il tempo sta cambiando. “Il clima”, come dicono gli abitanti delle città. Che piove quando non deve, che non piove quando non deve. E così via. Sapete che i momenti della semina non possono essere decisi come facevano i nostri predecessori, perché il calendario è distorto, perché è cambiato.

Ma non solo. Vediamo anche che i comportamenti degli animali sono cambiati, appaiono in zone che non sono di loro abitudine e in stagioni in cui non dovrebbero. Qui e nelle geografie di popoli fratelli, aumentano quelli che chiamano “disastri naturali” che non sono altro che le conseguenze di ciò che fa, e smette di fare, il sistema dominante, ovvero il capitalismo. Ci sono piogge, come al solito, ma adesso sono più violente e in luoghi e stagioni che non sono quelle di prima. Ci sono siccità terribili. E adesso succede che in una stessa geografia – per esempio qui in Messico–, in alcune zone ci sono inondazioni e in altre siccità che le lasciano senza acqua. Ci sono forti venti che sembra come se il vento si scalmanasse e dicesse “ora basta” cercando di buttare giù tutto. Ci sono terremoti, vulcani, parassiti come mai prima. Come se la madre terra stesse dicendo non oltre questo punto, ora basta. Come se l’umanità fosse una malattia, un virus che bisogna espellere vomitando distruzione.

Ma, oltre al fatto che si vede che la madre terra è come in disaccordo, come se stesse protestando, c’è ancora di peggio: il mostro, l’Idra, il capitalismo, che sta rubando e distruggendo come un matto. Adesso vuole rubarsi ciò di cui prima non gli importava e continua a distruggere il poco che rimane. Il capitalismo adesso produce la miseria e chi fugge da questa: i migranti.

La Pandemia del COVID, che è ancora in corso, ha mostrato l’incapacità di un sistema intero a dare una spiegazione reale e a prendere le misure necessarie. Mentre morivano milioni, in pochi sono diventati più ricchi. Si avvicinano già altre pandemie e le scienze lasciano il posto alle pseudo scienza e alle ciarlatanerie convertite in progetti politici di governo.

Vediamo anche quello che chiamiamo il Crimine Disorganizzato, che sono gli stessi malgoverni, di tutti i partiti politici, che si nascondono e duellano per il denaro. Questo crimine Disorganizzato è il principale trafficante di droghe e di persone; quello che si appropria della maggior parte dei sostegni federali; quello che sequestra, assassina, fa scomparire; quello che fa affari con gli aiuti umanitari; quello che estorce, minaccia e chiede il pizzo con tasse che servono a un candidato o una candidata per dire che adesso sì che cambieranno le cose, che adesso sì che si comporteranno bene.

Vediamo popoli originari fratelli che, stanchi di disprezzo, prese in giro e menzogne, si armano per difendersi o attaccare i caxlanes [termine chiapaneco utilizzato per indicare i bianchi o la popolazione meticcia]. E gli abitanti delle città spaventandosi, essendo loro stessi che, con le loro maniere di merda, hanno alimentato questo odio che adesso patiscono e che oramai è fuori controllo. Come nella superba Jovel [San Cristobal de Las Casas, città del Chiapas, in lingua Tzotzil], raccolgono ciò che hanno seminato.

E vediamo con tristezza che combattono anche tra indigeni dello stesso sangue e lingua. Combattono tra di loro per ricevere miserabili aiuti dai malgoverni. O per rubarsi il poco che hanno o che arriva. Anziché difendere la terra, combattono per elemosina.

-*-

Di tutto questo stiamo avvisando gli abitanti delle città e i popoli originari fratelli da quasi 10 anni. Ci sarà chi ci ha dato ascolto, e ci sono molti che non ci hanno neanche preso da conto. Come se hanno visto, e vedono ancora, che tutto questo orrore è ancora molto lontano da loro, nel tempo e nella distanza. Come se vedono solamente quello che hanno di fronte. Non vedono più lontano. O vedono, ma non gli importa.

Come già sappiamo, in tutti questi ultimi anni, ci siamo preparati a questa oscurità. Sono 10 anni che ci stiamo preparando per questi giorni di pena e dolore, per tutti noi che siamo tutti i colori della terra. 10 anni guardando autocriticamente quello che facciamo e quello che non facciamo, quello che diciamo e quello che tacciamo, quello che pensiamo e quello che vediamo. Ci siamo preparati nonostante i tradimenti le calunnie, le menzogne, i paramilitari, il blocco delle informazioni, il disprezzo, i rancori e gli attacchi di chi ci rimprovera di non obbedirgli.

Lo abbiamo fatto in silenzio, senza fracasso, tranquilli e sereni perché guardiamo lontano come al solito, come ci hanno insegnato i nostri predecessori. E lì fuori ci gridano di guardare solamente qui, solamente un calendario e una geografia. È molto piccolo ciò a cui vorrebbero farci guardare. Ma come zapatisti che siamo, il nostro sguardo è della grandezza del cuore, e il nostro cammino non è di un giorno, di un anno o di un sessennio. Il nostro passo è lungo e lascia un’impronta, anche se adesso non si può vedere, o anche se ignorano o disprezzano il nostro cammino.

Lo sappiamo bene che non è stato facile. E adesso tutto è peggio, e dobbiamo guardare a quella bambina da qui a 120 anni. Ovvero dobbiamo lottare per qualcuno che non conosceremo. Né noi, né i suoi figli, né i figli dei suoi figli, e così via. E dobbiamo farlo perché è nostro dovere come zapatisti che siamo.

Stanno arrivando molte disgrazie, guerre inondazioni, siccità, malattie e nel mezzo del collasso dobbiamo guardare lontano. Se i migranti adesso sono migliaia, presto saranno decine di migliaia, poi centinaia di migliaia. Sono in arrivo combattimenti e morti tra fratelli, tra padri e figli, tra vicini, tra razze, tra religioni, tra nazionalità. Bruceranno i grandi edifici e nessuno saprà spiegare il perché, o chi, o per quale motivo. Anche se sembra che per ora no, però sì, si farà peggiore.

Ma, così come quando lavoriamo la terra, quando prima della semina, vediamo già la tortilla, i tamales, il pozol nelle nostre case, così dobbiamo guardare adesso questa bambina.

Se non guardiamo a questa bambina che è già con la sua mamma, ma da qui a 120 anni, non capiremo quello che stiamo facendo. Non lo potremo spiegare ai nostri stessi compagni. E men che meno lo capiranno i popoli, le organizzazioni e le persone sorelle di altre geografie.

Già possiamo sopravvivere alla tormenta, come comunità zapatiste che siamo. Ma adesso non si tratta solo di questo, ma di attraversare questa e altre tormente a venire, attraversare la notte e arrivare a una mattina, da qui a 120 anni, dove una bambina inizia ad imparare che essere libera è anche essere responsabile di questa libertà.

Per questo, guardando questa bambina là da lontano, faremo i cambi e le modifiche che abbiamo discusso e accordato comunemente negli ultimi anni, e che abbiamo già consultato con tutti i popoli zapatisti.

Se qualcuno pensa che riceveremo un premio, o una statua, o un posto in museo, o delle lettere d’orate nel libro della storia, o una paga, o un ringraziamento; allora è giunto il momento che vada a cercare altrove. Perché l’unica cosa che riceveremo, nell’ora della morte, sarà di poter dire “ho fatto la mia parte” e sapere che non è menzogna.

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Il Subcomandante Insurgente Moisés rimase in silenzio, come se aspettasse che qualcuno uscisse. Nessuno lo fece. Continuarono a discutere, fornendo spunti, pianificando. Poi arrivò l’ora di mangiare e arrivarono a chiedergli quando si sarebbero fermati per riposare.

Il Subcomandante Insurgente Moisés rispose: “Adesso, da qui a 120 anni”.

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Sarò sincero come al solito. Io, il capitano, posso sognare questo momento in cui una bambina nasce senza paura, che sia libera e che si assuma la responsabilità di ciò che fa e di ciò che non fa. Posso anche immaginarlo. Potrei anche scrivere un racconto o una storia su questo. Ma queste donne e uomini che ho davanti a me e a fianco, indigeni zapatisti tutti di origini maya, le mie cape e capi, non sognano, né immaginano questa bambina. Loro tutti e loro tutte la vedono, la guardano. E sanno quello che devono fare affinché questa bambina nasca, cammini, giochi, impari e cresca in un altro mondo…da qui a 120 anni.

Come quando guardano la montagna. Nel loro sguardo c’è qualcosa, come se guardassero più in la nel tempo e nello spazio. Guardano la tortilla, i tamales e il pozol a tavola. E sanno che non è per loro ma per una bambina che neanche è lì nelle intenzioni di chi saranno i suoi genitori, perché non sono nati. Ne loro, né i loro genitori, né i loro nonni, né i loro bisnonni, né i loro trisavoli, e avanti così per 7 generazioni. Sette generazioni che si iniziano a contare da questa Dení, la Dení Prima Generazione.

Sono fiducioso che ci riusciremo. Solamente ci metteremo un po’ di tempo, ma neanche troppo.

Giusto poco più di un secolo.

Dalle montagne del sudest messicano.

 

Capitano Insurgente Marcos.

Messico, novembre 2023

P.S. – Ogni bomba che cade a Gaza, cade anche nelle capitali e nelle principali città del mondo, solo ancora non se ne sono resi conto. Dalle macerie nascerà l’orrore della guerra di domani.

P.S. DIVERSE GUERRE PRIMA (la viglia, quasi 120 anni anni fà)

–“Non sarebbe meglio dichiarare la guerra con franchezza?”

Il professore rispose con semplicità: –Il nostro Governo vuole, senza dubbio, che siano gli altri a dichiararla. Il ruolo di aggredito e sempre quello più gradito e giustifica tutte le ulteriori risoluzioni, per quanto possano apparire estreme. L^ abbiamo gente che vive bene e non desidera la guerra. È conveniente fargli credere che sono i nemici che ce la impongono, affinché sentano la necessità di difendersi. Solo gli spiriti superiori arrivano alla convinzione che i grandi avanzamenti si realizzano unicamente con la spada, e che la guerra, come diceva il nostro grande Treitschke, è la forma di progresso più evoluta.” I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse (1916) di Vicente Blasco Ibáñez (Spagna 1867-1928).

Traduzione – Collettivo Nodo Solidale

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