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Palabra del Ejército Zapatista de Liberación Nacional

Jun192021

La Calamidad Zapatista

La Calamidad Zapatista

(Che narra dell’incontro del SupGaleano e la Calamidad, con l’aggiunta della Storia del Maíz Palomero [mais per popcorn – n.d.t.] e, nella sezione sportiva: la prima partita mondiale di calcio; così come altri infelici – per il Sup – eventi)

Note a testa pagina (solo per fregare quelle a pié di pagina):

(1) Una prima versione di questa storia è stata raccontata, a voce, nel Secondo Puy ta Lecuxlejaltic, tenutosi nel Caracol di Tulan Kaw nel dicembre 2019. Il testo era inedito, fino ad ora. In questa versione viene mantenuto il corpus originale e vengono aggiunti alcuni dettagli che possono o meno aiutare più di qualche disperat@ abituat@, forse, a letture minime in idee e lunghezza. Potreste notare alcuni spoiler su quello che ora è noto come “Viaggio Per la Vita”. Non c’è da preoccuparsi, sovente accade che lo zapatismo enunci cose che non sono ancora accadute. Questa forma di irresponsabilità zapatista è ormai leggendaria, quindi smettetela di lamentarvi e di parlare male.

(2) Sfortunatamente, questo testo non ha gli effetti speciali che erano stati utilizzati nel suddetto caracol e che ha fatto guadagnare al SupGaleano 7 nomination per “La Palomita de Cartón”, il più alto riconoscimento assegnato alla persona che consuma il maggior numero di scatole di popcorn, con abbondante salsa piccante… senza ricorrere agli antiacidi. Livello “con o senza film”.

(3) Warning: le narrazioni che seguono possono contenere immagini che scandalizzano chi manca di immaginazione, intelligenza e cose ugualmente prive di valore nella modernità. Si sconsiglia la visione agli adulti di età superiore a 21 anni, a meno che non siano supervisionati da minori di età inferiore a 12 anni. Come?! Leggerai nonostante questo serio avvertimento? Come non detto, allora, ascolta.

(4) Il racconto è ispirato a eventi reali. I nomi sono quelli reali per dissociarsi da ogni responsabilità davanti alla Commissione Giustizia della Giunta di Buon Governo… Cosa?, ah, certo, puoi dubitare della veridicità di quanto qui narrato, ma… non dubitavi anche che gli zapatones sarebbero andati ad invadere l’Europa? Vero? Tutti gli esseri qui descritti esistono nella realtà. Se qualcuno non immagina che ciò sia possibile, non è colpa della realtà. Piuttosto, manca di immaginazione.

(5) Eh? No, non ti sto rimproverando, ti sto, come si dice, dando il contesto di ciò che segue…

-*-

Questa è la storia di una bimba zapatista che non piaceva a nessuno perché era, ed è, diversa tra i diversi.

La ragazzina di cui vi sto raccontando è nata in una comunità indigena zapatista. Il nome del suo villaggio, regione o zona, non ha importanza.

Sempre lontana dagli specchi, è cresciuta guardando e ascoltando il mondo attraverso gli occhi e l’udito di altre bambine e bambini. È nata grande ed è una bambina grande. E quando dico grande, intendo la sua taglia, altezza e peso, non la sua età cronologica. Ma, come già vi ho detto, poiché guardava secondo lo sguardo di bambine e bambini della sua età, non si rendeva conto della sua differenza.

Nell’idea di se stessa, lei si vedeva piccola come il resto delle bambine e dei bambini della sua generazione, tra i 3 e i 6 anni.

Quando nacque, cadde dopo pochi giorni. Come sapete, secondo l’usanza delle donne indigene, dopo il parto tornano presto al lavoro. Con lo scialle si caricano l’infante come una mamma canguro, lì dentro il prodotto o prodotta mangia, dorme e fa quelle cose che chiamano bisogni primari (cioè 25 e 50 – urinare e defecare, per i neofiti -). Con la creatura incorporata nel proprio corpo, la donna si destreggia con lo scialle mentre svolge il suo lavoro, e, non di rado, sposta lo scialle sulla schiena. Ergo, le mamme sono superiori alle cangure.

Comunque, questo dà alla creatura una superiorità su chi l’ha creata, perché può guardare ciò che sua madre non riesce a vedere. Così, la creatura vede ciò che vede la madre quando la porta davanti; e vede ciò che sua madre non vede quando è dietro sulla sua schiena. Ed entrambe le prospettive senza abbandonare l’intima vicinanza con la sua creatrice.

Questo doppio sguardo, che può sembrare normale a chi nasce, cresce, vive e muore in una comunità indigena, permette alla creatura di sfuggire alla censura. Cioè, può vedere cose che forse la madre non vuole che veda, o non ancora.

Oh lo so. Sto speculando dal mondo degli adulti sul modo di guardare della prima infanzia, ma questo è un racconto o una storia che non saprete mai se è realmente accaduta o sta accadendo; oppure se è stata inventata in quelle albe solitarie, popolate di caffè e fumo di tabacco, che si ripetono nelle montagne del sudest messicano.

Quindi, tornando alla bambina, i suoi primi giorni non sono stati molto diversi da quelli del resto: a volte guardava ciò che guardava sua madre: il fuoco, la stufa a legna, la pentola, i piatti, il cucchiaio, il ruscello e il secchio, gli animali, il creatore complice (“papà”, dirà poi) e, forse, le altre creature di varie dimensioni che correvano e lavoravano e che poi chiamerà “fratelli” o “sorelle” e saranno il suo primo conflitto. Perché come tutti voi sapete, i fratelli che bisticciano tra loro, non sono fratelli.

Quando doveva stare sulla schiena, la bimba vedeva un altro mondo. Poteva essere che avesse paura di ciò che le appariva e si rifugiasse nello scialle, magari pensando: “no, troppe informazioni, ora devo concentrarmi sull’essenziale in questo mondo: piangere, mangiare, cagare, dormire, ripeti».

O potrebbe essere che non si nascondesse. Potrebbe essere che i suoi occhi si siano spalancati e le sue manine tentassero di prendere al volo un uccello, o quella papera (senza offesa) che, sì, camminava molto diversamente ma, chi era lei per giudicare, se non sapeva nemmeno che quei due cosi che aveva nella parte inferiore del suo corpo servivano a qualcosa di più che tentare di infilarseli in bocca?

Quello che è successo avrebbe potuto capitare a chiunque. La madre, intenta a sistemare la legna, si era spostata lo scialle sulla schiena non accorgendosi che, nel movimento, la parte inferiore si era aperta e la bambina, che come vi dicevo era grande e grossa, scivolò e cadde a terra con un “plop» quasi impercettibile, perché la pozza di fango in cui atterrò attenuò l’impatto.

Non tutti gli incidenti sono sfortunati. La bimba non ebbe nemmeno il tempo di piangere perché, proprio in quel momento, stava passando una grossa mamma scrofa, con diversi maialini al seguito. La bimba si unì al corteo e, gattonando, li seguì come un maialino in più del piccolo branco.

La mamma? Neanche una piega. Fu solo quando il marito tornò dalla milpa e chiese della bambina, che la madre si rese conto che lo scialle sulla schiena pesava meno del solito.

Cominciarono a cercare la bambina ma non ci volle molto per trovarla: seduta insieme ai maialini, la bambina si divertiva con il fango e teneva in braccio un maialino che non era affatto contento della dimostrazione di affetto perché, l’avevo già detto? , la bimba era grande e forte.

L’uomo rise di cuore e prese il cellulare per scattarle una foto, ma la madre disse quello che tutte le madri del mondo avrebbero detto in un caso simile: “Bambina, sei una calamità!».

Poiché la ragazza ormai gattonava, abbandonò lo scialle – con profonda gratitudine della schiena della compagna -. La bimba, oltre ad essere grande, era curiosa. Una volta le venne in mente di provare che cosa sarebbe successo se avesse avvolto un ceppo con un panno che poi cadde sul fuoco. Il punto è che il panno era la sottoveste della compagna. La mamma si accorse dell’odore di nylon bruciato e urlò: Bambina, sei una calamità!».

Un giorno sua madre la portò al mercato in città. Mentre la signora cercava una sottoveste per sostituire quella bruciata, la bimba si avvicinò ad una piramide di lattine e le sembrò che le scatolette che stavano sotto non fossero comode, così ne tolse una dalla base. Il fragore si udì in tutto il mercato coperto. Il proprietario della bancarella prese in braccio la bambina e la consegnò alla madre dicendo: «Signora, la sua bambina è una calamità».

Quando si ritrovavano dopo una lunga giornata di lavoro, ciascuno a turno, l’uomo e la donna si scambiavano i resoconti. Al suo turno, la madre iniziava: “questa bambina è una calamità», e proseguiva con una lunga lista di marachelle.

-*-

Come tutti non dovrebbero sapere, i bambini e le bambine non rispettano il capanno del SupGaleano. Non importa quante trappole e ostacoli metta il Sup, trovano sempre il modo di apparire sulla porta a chiedere merendine, una palla o semplicemente una storia.

Un pomeriggio apparve una bambina di corporatura robusta. Il SupGaleano, con quel tatto diplomatico che lo distingue, le ha chiesto: “E tu chi sei? Non ti conosco.” La bambina, ovviamente, ha risposto: “Io sono una Calamidad”.

Al SupGaleano piacque subito l’onestà della bambina, così la lasciò restare nel capanno finché sua mamma non venne a cercarla. La signora si scusò per la figlia che era una calamità. Il SupGaleano, che prova sempre empatia per l’infanzia – forse perché lui stesso non raggiunge nemmeno la pubertà – si è limitato a mormorare: «Beh, la bambina non ruba niente».

Da quel momento in poi, la bimba Calamidad appariva di tanto in tanto nel capanno e, come si può dedurre, provocava una calamità. Ad esempio, la bimba aveva osservato che il SupGaleano sgridava il gatto-cane perché urinava sul pavimento e sul muro di casa. Un giorno a Calamidad scappava la pipì ed è salita sul materasso tutto stropicciato e bruciacchiato del Sup – perché il Sup è un irresponsabile che fuma la pipa a letto (non è vero, cioè sì sono irresponsabile ma non è questo il problema, il materasso era già stropicciato di suo e poi a volte starnutisco, e così immagina!) – e ha fatto pipì. Il Sup si è arrabbiato e ha chiesto a Calamidad perché l’aveva fatto. E Calamidad, con la logica travolgente dell’infanzia, ha risposto: “Beh, avevi detto di non fare pipì per terra».

Il Sup non sapendo cosa dire, con lo straccio ha fatto del suo meglio per pulire il materasso, che era ancor peggio di come pensasse. Tra il fatto che una famiglia di topi lo aveva occupato come casa e le bruciature di tabacco caduto dalla pipa, neppure il Sup poteva fare il puntiglioso.

E per confermarlo, il gatto-cane guardava il Sup con la faccia di: «ecco, io sono un santo rispetto alla Calamidad». E per questo il gatto-cane simpatizzava con la bambina. Le sue marachelle sembravano niente rispetto a quelle della temibile Calamidad.

Cosicché la ragazza, il Sup e il gatto-cane andavano d’accordo, forse perché tutti e tre erano disfunzionali. Quindi diciamo che non diventeranno mai cittadini modello, né vinceranno premi, né avranno incarichi di governo o cose altrettanto orribili. Nonostante ciò, quando arrivava la banda di Defensa Zapatista, la Calamidad si eclissava, perché sapeva di non essere ben vista dal resto dell’umanità.

Ma, come diceva il compianto SupMarcos (che dio l’abbia in gloria e che la beata vergine lo colmi di benedizioni): “quando pensi che non possa succedere qualcosa di peggio, può sempre apparire la banda di Defensa Zapatista”.

Le disgrazie non arrivano mai sole”, dico io, quindi non ci volle molto perché una serie di fenomeni convergessero in quella che sarebbe stata il preludio alla tempesta perfetta.

Sì, è arrivato il giorno, era pomeriggio tardi, in cui Calamidad è entrata nel selezionato gruppo di Defensa Zapatista, la cui seconda al comando, Esperanza Zapatista, non fa che ribadire il paradosso del suo nome

 

CALAMIDAD E LA BANDA DI DEFENSA ZAPATISTA

Era pomeriggio tra le montagne del Sudest Messicano. Nel campo della comunità, un gruppo di bambini e bambine giocava con un pallone. Beh, potrebbe sembrare questo a qualcuno che non conosce quella banda.

In realtà si trattava di un addestramento rigoroso della squadra di calcio giovanile di Defensa Zapatista. In questo momento stanno studiando il contropiede, manovra che Defensa Zapatista spiega così: “Fate finta che la palla la tengano i fottuti nemici della squadra avversaria, che sono più grandi di noi, che giocano meglio di noi, che tutto il pubblico li appoggia, che sono meglio nutriti di noi, meglio allenati di noi, che hanno la divisa precisa e che siamo sul loro campo, cioè loro giocano in casa. Cosa facciamo?».

Pedrito alza le spalle, le ipotesi di Defensa Zapatista sembrano sempre sbagliate in linea di principio e mal pianificate. Il cavallo orbo smette per un attimo di masticare la bottiglia di plastica, sembra pensarci un attimo, e poi riprende a masticare come se nulla fosse. Il gatto-cane si mette dietro a Defensa, quindi sembra che anche lui aspetti la risposta. Esperanza Zapatista si accorge di essere rimasta l’ultima, quindi si arma di coraggio come donne in quanto donne, resistenza e ribellione, e alza la manina. Defensa Zapatista tira un sospiro di sollievo e dice: «Vediamo, Esperanza, cosa facciamo?». Esperanza Zapatista si schiarisce la voce e, seguendo il metodo zapatista fondato dal compianto SupMarcos, risponde: «Scappiamo?».

Il gatto-cane agita la coda in segno di approvazione. Pedrito sta per dire che la risposta-domanda di Esperanza apre un nuovo terreno epistemico. Il cavallo orbo continua a masticare ma ora con più decisione.

Defensa Zapatista si mette le mani nei capelli e grida: “No! Non scappare. Per niente, resistenza e ribellione. Quello che facciamo è un contrattacco. Un calcio che lancia la palla lontanissimo. Vediamo, Pedrito, calcia il pallone».

Pedrito sarà molto ferrato sulla teoria della conoscenza e i paradigmi epistemologici, ma calcia sempre di traverso. Quindi la palla, invece di andare nel campo opposto, cade nella piccola laguna che si trova su un lato del recinto… scusate, il campo di allenamento autonomo ad alte prestazioni, concesso dalla Giunta di Buon Governo, numero non-so, sede nel Caracol Tulan Kaw, indirizzo noto.

La banda si accalca ai bordi e guarda desolata la palla che galleggia proprio in mezzo al mare inospitale… ok, in mezzo alla pozza, perché la «laguna» non misura più di 10 metri di diametro e non supera i 50 centimetri di profondità.

Esperanza Zapatista, con quell’ottimismo che rivela il suo nome, dice: “Certo ci sono squali molto feroci, di quelli che non ti masticano nemmeno. Lì ti inghiottono e muori crudelmente nel ventre dello squalo, in mezzo a pesciolini e bottiglie di plastica che hanno divorato prima«.

Il cavallo orbo drizza le orecchie quando sente «bottiglie di plastica», ma non si muove.

Mentre Esperanza ha descritto questo bellissimo quadro impressionista modello «Sharknado«, Pedrito ha consultato il suo cellulare e dichiara:

Impossibile, non ci sono squali in acqua dolce. Pertanto, non c’è nulla da temere da quei selachimorfi”.

Tutti tirano un sospiro di sollievo. Ma Pedrito prosegue: “d’altronde è molto probabile che ci siano coccodrilli” e indica qualcosa simile a un tronco che galleggia nella piccola laguna. Tutti rabbrividiscono.

Il gatto-cane, da parte sua, è un cane ma è un gatto, quindi non se ne parla di bagnarsi.

Defensa Zapatista ragiona: “beh, quel pallone era comunque vecchio, magari il Sup ne ha un altro, o ne chiederà uno ai cittadini?”.

Mentre tutta la banda cerca di mascherare di prudenza la paura, Calamidad, che dal suo nascondiglio ha osservato tutto, esce, entra in acqua, recupera la palla, torna indietro e la porta a Defensa Zapatista.

La banda, dopo essersi ripresa dallo stupore, applaude entusiasta, tenta di sollevare Calamidad sulle spalle ma pesa troppo, quindi scelgono di darle delle pacche sulla spalla.

Recuperato il pallone, Defensa Zapatista impartisce nuove istruzioni ma, quando si voltano a guardare, Calamidad ha rilanciato il pallone in acqua.

Defensa le chiede: “Ma, che hai fatto?”, e, in risposta, Calamidad torna in acqua e tira fuori di nuovo la palla. La applaudono di nuovo. La terza volta che lo fa, la banda accoglie la palla con un silenzio mortale.

Alla quinta volta devono trattenere Calamidad tutti insieme in modo che non getti di nuovo la palla in acqua. Calamidad è perplessa: Forse non era questo il gioco?

La squadra indietreggia un po’ custodendo gelosamente il pallone, lontano dalla compulsione di Calamidad; solo Defensa Zapatista resta a riflettere e guarda intrigata la bambina. Nella sua mente complicata, piena di strategia e tattica calcistica, ora comprende ciò che le disse una volta il compianto SupMarcos: «la meraviglia della sorpresa non sta solo nel fare qualcosa di inaspettato, ma anche dove farlo, quando farlo, con cosa farlo… e con chi farlo”. Il faccino della bimba Defensa Zapatista si illumina. Chiede alla bambina: «Come ti chiami?». La bambina risponde: «Io sono una Calamidad».

Defensa abbraccia Calamidad e le dice: “Farai parte della nostra squadra. E ora il tuo nome è Calamidad Zapatista». E, rivolgendosi al resto della squadra, comunica: «Abbiamo una nuova arma segreta». Tutti guardano terrorizzati come, mentre Defensa spiega una nuova e complessa strategia di gioco che chiama «resistenza e ribellione», Calamidad ributta la palla in acqua e, dopo aver sorriso, si getta nel mare agitato… ok, nella laguna, a recuperare la palla.

Esperanza giura che una balena mostruosa ha portato la palla a Calamidad. Pedrito ha spiegato che non era una balena, ma il Kraken venuto a rifugiarsi in terre zapatiste… ok, in acque zapatiste.

Il punto è che Calamidad era felice perché aveva nuovi amici, e non un gruppo di amici qualsiasi: era la banda di Defensa Zapatista, l’unica contro cui pendevano ordini restrittivi praticamente in tutta la struttura organizzativa zapatista.

Calamidad Zapatista avrà circa 3 o 4 anni e, poiché è la più giovane, anche se non nel corpo, chiama “doña” le donne più anziane, come le è stato insegnato. Chiama Defensa Zapatista «Doña Defensa», che non piace né a lei né a Esperanza, che a 8 anni è diventata «Doña Esperanza».

Ormai nel suo nuovo gruppo, Calamidad ha sentito il bisogno di dirlo alla sua vecchia banda infantile. Ha fatto un sentito discorso d’addio ad alcuni maialini che l’hanno solo annusata e morso i pantaloni. I presenti giurano che gli occhi della scrofa si sono rattristati.

I Sub, il CCRI, le zone, le JBG, i MAREZ, e tutte le commissioni autonome attuali e a venire, potranno lamentarsi fin che vogliono, ma bisogna riconoscere alla banda di Defensa Zapatista, che si proteggono gli uni con gli altri.

Così Calamidad ha potuto assistere ai diversi eventi pubblici dell’EZLN cosa che prima non poteva fare perché vietata, perché si temeva che provocasse una calamità.

Non era strano quindi che, negli eventi, si vedesse passare una bambina circondata da una fiera scorta di miliziane. Ma sapevamo tutti che non era per proteggere lei, ma i partecipanti, perché, beh, era una calamità.

Pedrito lo spiega così:

È che la compagna Calamidad, beh, come posso dirti, è una calamità. Non piace a nessuno, piace solo al SupGaleano e Defensa Zapatista. E parla solo con il Sup e poi insieme cantano, tra loro, Calamidad e il SupGaleano. Cantano con forza, come se gli facesse male la pancia. Ma pensano di cantare bene. E fanno le loro commedie, ma nessuno guarda. Ci sono solo i grilli. E il Sup dice che i grilli applaudono, ma i grilli fanno sempre il loro rumore, e non è che applaudono. Ma Calamidad ci crede e fa la sua carovana per ringraziare, così le ha insegnato il Sup, e poi il Sup le racconta delle storie terribili e meravigliose mentre si rimpinzano di popcorn”.

E proprio ora, nel capanno ci sono solo il Sup, il gatto-cane e Calamidad. E all’improvviso, il Sup si mette in bocca una manciata di popcorn con salsa piccante, beve un sorso di una nota cola, e comincia a raccontare

La storia del Mais Palomero

Tanto tempo fa, quando il tempo muoveva i primi passi vacillando come un vecchio birillo, gli dèi più grandi, quelli che avevano creato il mondo, si riunirono in un’assemblea e presero la decisione di dare l’incarico alla più sapiente di tutti, Ixmucané, di fare uomini e donne di mais.

Ma gli dèi maschi erano dei veri ottusi, come è solito che sia, e non si resero conto che non era possibile perché il mais non era ancora stato creato. Allora Ixmucané disse loro: “Ah, fratellini, da non credere, come posso creare l’umanità di mais se ancora non esiste il mais?”. “Va bene”, dissero gli dèi maschi, “però devi farlo tu, perché è una decisione dell’assemblea e deve essere portata a termine.”

Ixmucané borbottò a lungo, come borbottano di solito le donne, “come pensano che faccia se non si può, questi fottuti uomini fanno le cose davvero senza pensare, adesso come faccio, vediamo se mi viene in mente qualcosa per risolvere la problema”.

Mentre Ixmucané pensava, gli dèi maschi cominciarono a parlare male: questa Ixmucané è una scansafatiche, non rispetta l’accordo, fa il papero; o la papera, dice uno; e un altro fa: “e ancora non li abbiamo creati i paperi” [gioco di parole intraducibile tra “pato – papero” e “hacerse pato – fare il/la vago/a” – n.d.t], e così via. E poi si chiesero perché dovevano aspettare Ixmucané se erano loro i sapienti.

Fecero quindi i primi uomini e le prime donne con la prima cosa che trovarono, cioè di legno: però gli uomini di legno non si muovono bene, camminano come se avessero i crampi.

Così ne fecero altri d’oro: ma erano molto pesanti e nemmeno camminavano.

Mentre gli dèi maschi pensavano a come fare, gli uomini d’oro costrinsero quelli di legno a caricarseli sulle spalle e portarli in giro, sfamarli e onorarli.

Gli dèi non sanno più cosa fare quando arriva Ixmucané, che vedendo la situazione si infuria e rimprovera gli dèi maschi perché a causa loro ci vorrà tempo prima che gli uomini d’oro smettano di schiavizzare quelli di legno.

E gli dèi maschi: “Mica siamo stati noi, chissà com’è successo, noi siamo impegnati in cose importanti”.

E Ixmucané: “oltre che ottusi, siete pure dei codardi che non sono si assumono le responsabilità delle sciocchezze che fanno, e questo errore che avete commesso lo chiameremo patriarcato, perché solo a dei veri maschietti poteva venire in mente questa ingiustizia”.

E dopo averli sgridati per bene, Ixmucané mostrò loro che il mais lo aveva già creato. Allora gli dèi maschi applaudirono, si congratularono e dissero che avevano avuto loro questa grande idea e che Ixmucané aveva soltanto messo in pratica quello che loro avevano pensato in teoria.

Ixmucané non disse niente, ma portava tra le mani mais di tutti i colori e con quelli creò gli uomini e le donne che popolarono il mondo. Creò anche loas otroas perché, disse, è bene che il mondo sappia di avere tanti mondi dentro di sé e non solo quelli che si osservano e basta. Nacquero così gli uomini, le donne e loas otroas, e gli dèi andarono a ballare.

Immagine incorporata

(Illustrazione tecnica mista, Libe, Città del Messico, 2021)

 

Ixmucané rimase a guardarsi le mani e vide che non aveva finito tutto quello che aveva usato per creare il mais e che ne era rimasto ancora un po’. Ixmucané pensò che al mondo che muoveva allora i primi passi mancasse un’altra lezione. Ixmucané creò allora dei mais più piccoli e li gettò nel terreno affinché nascessero.
Immagine incorporata

(Illustrazione tecnica mista, Libe, Città del Messico, 2021)

Qualche tempo dopo, i diversi mais erano dappertutto, lavorando affinché gli uomini, le donne e loas otroas che stavano costruendo il mondo avessero forza. Però nessuno prestava attenzione ai piccoli mais, li schernivano e li disprezzavano. Tutti i piccoli mais erano tristi perché nessuno li teneva in considerazione. Allora nella testa di un gruppetto di mais piccoli si creò l’idea che così non fosse giusto, perché li disprezzavano e non li prendevano in considerazione. Decisero quindi di non conformarsi. Ecco allora il gruppo di piccoli mais non conformi. Gli altri mais passavano e dicevano: “Toh, c’è quel gruppo di piccoli mais non conformi, ma sono molto piccoli, nessuno li prenderà in considerazione.”

Allora il gruppo di piccoli mais pensò che così non si potesse andare avanti e che, nonostante non si fossero conformati, sarebbe rimasto tutto uguale. Arrivò allora Ixmucané, che stava facendo il giro del mondo per vedere che tutto funzionasse bene. Si imbatté nel gruppo di piccoli mais e gli chiese cosa stessero facendo. I piccoli mais le raccontarono della loro non conformità e Ixmucané rise, non per scherno ma per affetto, e disse ai piccoli mais: “Allora, guardate, fratellini miei, non è sufficiente che non vi conformiate, dovete esercitare resistenza e ribellione. Bisogna che vi ribelliate, ovvero che proviate rabbia, coraggio, che vi organizziate”.

Ixmucané se ne andò perché gli dèi maschi continuavano a fare cose ottuse e lei doveva occuparsi di risolverle.

Il gruppo di piccoli mais pensò a quello che aveva detto Ixmucané e dissero: “Bene, allora ci arrabbieremo”. E cominciarono a pensare a tutte le umiliazioni e al disprezzo che avevano ricevuto, riempiendosi di coraggio e infiammandosi di rabbia sempre di più, accalorandosi per tanto coraggio fino a non sopportare più il calore e… pum! Uno scoppia, salta e si gonfia come una spugna, poi un altro, e una folata di vento li solleva in aria. Rimasero tutti ammirati dal fatto che i piccoli mais potessero volare. Gli altri piccoli mais cominciarono a fare lo stesso, e dopo un po’ un altro saltò e scoppiò, poi un altro, e altri ancora. Poi molti, e l’aria si riempì di mais esplosi.
Immagine incorporata(Illustrazione tecnica mista, Libe, Città del Messico, 2021)

Una bambina guardò in aria e disse “sembrano colombe”. E un bambino disse “sì, ma piccole”. E la bambina: “sì, delle colombine” [omonimia spagnola intraducibile tra “palomita – piccola colomba” e “palomita – popcorn” – n.d.t.]. Il bambino, come fanno di solito i bambini, prese un popcorn, lo mangiò e disse “è saporito”; e la bambina disse “sì, ma manca qualcosa”, e proprio lì accanto trovò una boccetta che Ixmucané aveva lasciato quasi dimenticata e ci mise il popcorn che divenne un po’ piccante, ma comunque gustoso.

Allora la bambina e il bambino chiamarono tutti i bambini, bambine e bambinoa del mondo e iniziarono a raccogliere i mais volanti, li misero in una ciotola e ci versarono la salsa piccante mangiandone fino a quando non gli venne la diarrea: ognuno festeggia a modo suo.

Tutti gli altri mais li guardavano con ammirazione e sorpresa perché quelli erano gli unici mais che potevano volare e quindi cominciarono a rispettare i piccoli mais. Gli rimase il nome di “mais palomero”, che significa “mais che vola e fa festa”. Questo, in una lingua che ho appena inventato.

Ta tan!.

Calamidad applaude con gioia. Il gatto-cane non applaude perché le sue zampe sono rimaste attaccate ai popcorn con salsa piccante e, pazientemente, se le sta leccando, perché qui non si spreca nulla… quando si parla di popcorn.

Calamidad dichiara che giocherà a popcorn. Si pianta in piedi in mezzo al capanno e comincia a trattenere il fiato e a gonfiarsi, fino a diventare prima rossa e poi paonazza (come i bambini quando fanno i capricci). Il Sup stava per darle uno scappellotto per farla respirare, quando Calamidad salta e urla, espirando, “PUM!”; guarda il Sup aspettandosi che faccia lo stesso, e visto che il Sup continua a mangiare come se nulla fosse, Calamidad gli dice “Beh, sei zapatista o no?”. Il Sup Galeano si irrigidisce tutto e trattiene il respiro, ma tra il fumo del tabacco e i popcorn che gli riempiono la bocca, riesce solo a tossire violentemente, lanciando pezzi di popcorn mezzo masticati. E Calamidad, con il faccino pieno di popcorn suoi e di quelli lanciati, applaude entusiasta perché, dice, il Sup ha fatto il rumore di tanti popcorn che scoppiano.

Il Sup quasi si strozza, ma si riprese rapidamente quando arrivò l’insurgenta della Sanità che disse “bisogna fare un’iniezione”. Corsero tutti via, prima di tutti il gatto-cane (che non lo si confonda con un Supcomandante), e rimase solo Calamidad che se ne andò, con lo zainetto sanitario, verso la piccola laguna dove un paio di balene saltavano e si divertivano, sapendo di essere al sicuro dalle navi dei fottuti grandi capitalisti cino-giappo-coreani che, invece di seguire i propri usi e costumi, cioè fare Anime, K-Pop ( 팬덤 군대 일어 ) e muraglie, vogliono dargli la caccia per trasformarle in dollari, won, yen, euro e il resto in pesos…

Immagine incorporata

(Illustrazione tecnica mista, Libe, Città del Messico, 2021)

 

COME LA SQUADRA DI DEFENSA ZAPATISTA HA VINTO LA SUA PRIMA PARTITA INTERNAZIONALE

Un giorno, si tenne la prima partita internazionale nella quale si affrontarono la squadra intergalattica di donne in lotta contro la squadra molto altra capitanata da Defensa Zapatista.

La strana strategia della direttrice tecnica della squadra zapatista sembrava funzionare:

Quando la squadra avversaria aveva la palla e passava all’attacco, Calamidad entrava in campo, prendeva il pallone e lo tirava nella laguna.

A quel punto, la squadra di Defensa Zapatista iniziava a spargere la voce su squali molto feroci che infestavano quella laguna. Pedrito chiariva che non fosse possibile, ma che sicuramente c’erano coccodrilli giganti. Esperanza raccontava di un’enorme balena che, di tanto in tanto, emergeva con un passamontagna bianco.

Insomma, il panico veniva seminato con un’abilità da far dimenticare i social network.

Naturalmente, Calamidad si rituffava in acqua e tornava con la palla. La squadra avversaria, in quello che viene chiamato fair play, si congratulò con lei e provò a issarla sulle spalle, ma non ci fu verso.

Alla quarta volta, la squadra internazionale di donne in lotta chiese l’espulsione della trasgreditrice che, di tanto in tanto, tirava la palla nel mare infestato da squali tigre, lucertole e alligatori, idre, kraken e persino orche assassine (così dicevano); però finirono per dividersi tra loro, perché iniziarono a discutere della sorellanza di genere e di come l’espulsione di Calamidad fosse segno che il pensiero eteropatriarcale contaminasse le donne.

Discussero per un po’, e prima che se ne rendessero conto, il gatto-cane faceva una melina da manuale con la testa del cavallo orbo che si era addormentato ai margini dell’area di rigore e, con uno stile che nemmeno Messi- Ronaldo, segnava nella porta avversaria, fatto che venne festeggiato non solo dal pubblico che aveva gremito il recinto, voglio dire, lo stadio (anche se in realtà c’erano soltanto il SupGaleano, Elías Contreras e una bancarella solitaria di popcorn dove due insurgentas si annoiavano a morte), ma anche da Defensa Zapatista, perché era la prima volta che il gatto-cane non segnava nella propria porta.

L’arbitra fischiò la fine e la partita finì. La banda di Defensa Zapatista aveva ottenuto il suo primo trionfo mondiale.

Provarono di nuovo a sollevare Calamidad sulle loro spalle, ma fallirono di nuovo. I festeggiamenti non trovavano modo di concretizzarsi.

Ma il SupGaleano risolse tutto dicendo che era una voce di corridoio, che non c’era nulla di confermato, che forse era una fake-news; però aveva sentito dire che Vlady aveva consegnato al SubMoy una scatola di ciambelle di molti gusti diversi. Il SupGaleano si lamentava che non fossero mantecadas [dolce a base di uova, farina, burro e zucchero – n.d.t], ma, come dice il proverbio (che inventò in quel momento): “in mancanza di mantecadas, ciambelle”. Il SupMoy era andato al festival del cinema e aveva lasciato chiuso a chiave il Comando Generale delle ezetaellenne, e questo era un problema: ma la soluzione era che aveva lasciato la chiave al SupGaleano il quale, proprio in quel momento, la lasciò cadere davanti alla banda dicendo che sarebbe stato un gran peccato dover dire al SupMoy di aver perso la chiave allo stadio (ok, al recinto) ma la banda di Defensa Zapatista si era data da fare e l’aveva trovata; e quindi: “ecco la chiave, SupMoy, dimmi com’è andato il festival del cinema”.

Quando il SupMoy si sarebbe accorto che della scatola con le ciambelle era rimasto solo il cartone, il SupGaleano lo avrebbe informato che nella piccola laguna che si trova nel Puy, avevano avvistato una grossa balena che, nella mascella, teneva un pezzo di ciambella color arcobaleno il che, intuì il SupGaleano, indicava che potesse trattarsi non di una balena femmina o di una balena maschio, ma di unoa balenoa, e che il nostro dovere come zapatisti fosse di darle riparo e sostegno, perché la differenza non si deve né perseguitare né punire, ma piuttosto festeggiare. Ad esempio, con un ballo e, casualità, il SupGaleano aveva di recente fatto autocritica verso la commissione musicale perché i compagni musicisti suonavano solo la Yaquecita [nota canzone popolare messicana– n.d.t.] e ne avevamo già abbastanza (l’altra sera l’hanno suonata 53 volte), e quell’altra che fa “así, así, así” [“così, così, così – n.d.t] (32 volte la solfa di cui sopra). La Commissione Musicale rispose “vedremo”; e i compagni suonatori attaccarono con la Cumbia del Sapito [Cumbia del Rospetto – n.d.t] e, come tutti sanno, il rospetto è cugino primo della balena. Dall’altoparlante annunciano che ci sarà un ballo, e la folla di persone, tercias e tercios inclusi, pianta in asso le squadre e portano il SupMoy al ballo …

Immagine incorporata

(Acquarello. Fernando Llanos, Chiapas, 2019, frammento del libro «Viaggio nella realtà». Ediciones Necias.)

 

Rimangono soltanto, da soli, il SupGaleano e il gatto-cane, che gli abbaia e gli miagola. Quindi il SupGaleano dice: “Sapevo che te ne saresti accorto”, si toglie il berretto e, pronunciando la parola magica “alakazam”, tira fuori una ciambella, di nuovo di cioccolato, l’ultima ciambella delle montagne del sudest messicano e, visto che il cioccolato si è sciolto e la testa è rimasta tutta appiccicosa, il SupGaleano pensa a come farà per pulire il passamontagna.

Mentre condivide con il gatto-cane, il SupGaleano inizia a raccontare una storia terribile e meravigliosa di una bambina che si chiama Calamidad Zapatista che, purtroppo per entrambi, appare in quel momento con il mixer audio dei tercios e dice “Giochiamo?”, mentre si dirige verso la laguna per lanciare l’apparecchio dove alcune balene saltano felici di essere prese in considerazione.

E quindi, alla fine, il gatto-cane e il SupGaleano dovettero condividere la ciambella con Calamidad, fermandola ma solo per un momento, perché Calamidad aveva già trovato i mais da popcorn del SupGaleano e, con le guance sporche di zucchero, disse loro festosamente: giochiamo ai popcorn!

Ta tan!

Dalle montagne del sud-est messicano.

Il SupGaleano.

Rendendosi conto che non è possibile pulire il passamontagna con la saliva, risolve il problema indossando un cappello da cowboy.
Bello, ad ognuno il suo. ¡Ajua!
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