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Palabra del Ejército Zapatista de Liberación Nacional

Ago242018

300. Seconda parte: UN CONTINENTE COME CORTILE, UN PAESE COMO CIMITERO, UN PENSIERO UNICO COME PROGRAMMA DI GOVERNO, ED UNA PICCOLA, MOLTO PICCOLA, PICCOLISSIMA RIBELLIONE.

Dal mondo scendiamo al continente.

Se guardiamo in alto…

Vediamo gli esempi di Ecuador, Brasile ed Argentina, dove non solo si spodestano i governi che si presumono progressisti, ma si perseguono anche giuridicamente ed al loro posto ascendono governi addestrati come buoni capisquadra, o capisquadra ubbidienti al capitale (benché, siamo giusti, sono abbastanza rozzi anche nel loro cinismo) per il nuovo riaccomodamento della finca mondiale, che sono come Temer in Brasile, Macri in Argentina, ed in Ecuador quello che era bravo perché ce l’aveva messo l’adesso perseguito Correa (quello della “rivoluzione civica” – “di sinistra”, così lo vendette l’intellighenzia progressista -) e che ora risulta essere di destra, Lenin Moreno – paradossalmente si chiama Lenin -.

Sotto la vigilanza dello Stato che si è trasformato nel poliziotto della regione – la Colombia – e da cui si minaccia, si destabilizza e si programmano provocazioni che giustifichino invasioni di “forze di pace”, in tutto il Sudamerica si torna ai tempi brutali della Colonia, ora col “nuovo” estrattivismo che non è altro che l’ancestrale saccheggio delle risorse naturali, tipificate come “materie prime”, e che nei governi progressisti della regione si avalla e si promuove come “estrattivismo di sinistra” – che è qualcosa come un capitalismo di sinistra o una sinistra capitalista o vai a sapere che cosa vuole dire -, ma ugualmente distruggono e spogliano, ma è per una “buona causa” (?). Qualunque critica o movimento di opposizione alla distruzione dei territori degli originari è catalogata come “promossa dall’Impero”, “di stampo conservatore”, ed altri equivalenti a “è un complotto della mafia del Potere”.

Insomma, nel continente il “cortile” del Capitale si estende fino a Capo Horn.

Ma se guardiamo in basso…

Vediamo ribellioni e resistenze, prima di tutto dei popoli originari. Sarebbe ingiusto nominarli tutti perché si correrebbe il rischio di ometterne alcuni. Ma la loro identità risalta nella loro lotta. Lì dove la macchina incontra resistenza al suo avanzare predatorio, la ribellione si veste di colori nuovi tanto antichi e parla lingue “strane”. La depredazione, anche mascherata di reddito della terra, vuole imporre la sua logica mercantile a chi si rapporta alla terra come la madre.

Queste resistenze sono accompagnate da gruppi, collettivi ed organizzazioni che, senza essere propriamente degli originari, condividono con loro impegno e destino, cioè, cuore. Per questo subiscono calunnie, persecuzioni, incarceramenti e, non poche volte, la morte.

Per la macchina, gli originari sono cose, incapaci di pensare, sentire e decidere; cosicché non è aliena alla sua logica automatizzata il pensare che questi gruppi in realtà “dirigono”, “usano” e “male orientano” quelle “cose” (gli originari) che si rifiutano di abbracciare l’idea che tutto è una merce. Tutto, incluso la loro storia, lingua, cultura.

Per il sistema, il destino degli originari è nei musei, nelle facoltà di antropologia, i mercati artigianali, e l’immagine della mano tesa che chiede l’elemosina. Deve essere esasperante per i teorici ed avvocati della macchina, quell’analfabetismo che non capisce le parole: “consumo”, “profitto”, “progresso”, “ordine”, “modernità”, “conformismo”, “compra-vendita”, “rendimento”, “resa”. Per alfabetizzare questi riluttanti alla civilizzazione, vanno bene i programmi assistenziali che dividono e creano scontri, le sbarre della prigione, il piombo e la sparizione. E sì, c’è chi si vende e consegna i suoi al boia, ma ci sono comunità ancora ribelli perché sanno di essere nate per la vita, e che le promesse di “progresso” nascondono la morte peggiore: l’oblio.

Proseguiamo in Centroamerica (dove in Nicaragua si riedita Shakespeare, e la coppia Macbeth, Daniel e Rosario, si chiede “Chi si immaginava che il vecchio (Sandino) avesse così tanto sangue in corpo?” mentre tenta, invano, di ripulirsi le mani nella bandiera rosso-nera) che si sta trasformando da un territorio dimenticato (dopo uno spietato saccheggio), in un problema per il grande capitale perché è un importante fornitore e trampolino di migranti, ma il ruolo di muro passerà al Messico, ed in concreto al sudest messicano.

E vogliamo includere il Messico nell’America Centrale perché la sua storia lo richiama all’America Latina, ed anche sui mappamondi l’America Centrale è il braccio che si tendono coloro che sono gemellati dal dolore e dalla rabbia.

Ma ai diversi governi che hanno subito e subirà questo paese, ed alla sua classe politica, la vocazione straniera li porta ad ammirare, imitare, servire e procacciare “l’annessione dei popoli della nostra America al Nord sregolato e brutale che li disprezza” (José Martí, “Lettera a Manuel Mercado”, 18 maggio 1895).

Quando Donald Trump dice di voler costruire il muro, tutti pensano al Río Bravo, ma il capitale pensa al Suchiate, all’Usumacinta e al fiume Hondo. In realtà il muro sarà in Messico per fermare quelli che provengono dall’America Centrale e forse questo può aiutare a capire perché Donald Trump, il 1° luglio, si è congratulato con il Juanito Trump per aver vinto le elezioni in Messico.

Il senso di un muro lo dà la sua contrapposizione a “qualcosa”. Tutti i muri si erigono contro “qualcosa”; si chiamino zombi, extraterrestri, criminali, clandestini, migranti, “sans papiers“, illegali, alieni. I muri non sono altro che la porta e le finestre chiuse di una casa che così si protegge dallo straniero, dall’estraneo, da quell’Alien che con la sua diversità porta con se la promessa dell’apocalisse finale. Una delle radici della parola “etnia” riporta a “la gente straniera”.

Nei piani del capitale, il muro contro l’America Latina avrà la forma dell’impossibile cornucopia dell’abbondanza e si chiamerà “Messico”.

Nella regione sudorientale, come abbiamo già detto, si costruisce la prima tappa del muro di Trump. L’ufficio “nazionale” di Migrazione continuerà a comportarsi come subordinato della Border Patrol, e Guatemala e Belize sono l’ultima stazione prima di entrare nella dogana del Nord-America. Questo trasforma il sudest messicano in una delle priorità di conquista e di gestione.

Per questo nei nuovi piani “geopolitici” si propone di creare un “cuscinetto”, un “ammortizzatore”, un filtro che riduca drasticamente la migrazione. Si offre così un placebo per alleviare l’incubo del capitale: un’orda di zombi (cioè, di immigranti) ai piedi dei suoi muri che minacciano il suo stile di vita e “tracciano” sull’indifferente superficie di ferro e cemento il graffito che dice:

“Il tuo benessere è costruito sulla mia disgrazia”.

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In questo paese, chiamata anche “Repubblica Messicana”, le passate elezioni federali sono riuscite ad occultare la realtà… per un istante: la crisi economica, la decomposizione sociale (con la sua lunga scia di femminicidi) ed il consolidamento (nonostante i presunti “colpi mortali” al narco) degli Stati paralleli (o sovrapposti a quello Nazionale) del cosiddetto “crimine organizzato”. Anche se per poco tempo, gli omicidi, i sequestri e le sparizioni di donne di tutte le età sono passati in secondo piano. La stessa cosa per la carestia e la disoccupazione. Ma, spentosi ormai l’entusiasmo per il risultato elettorale, la realtà torna a dire “sono qui, manca il mio voto… e la mia scure”.

Sull’orrore che ha trasformato il Messico in un cimitero e nel limbo, il non-luogo, delle sparizioni, non diremo molto. Basta leggere i giornali per farsene una vaga idea. Ma una descrizione, analisi e valutazione più profonda la si può trovare negli interventi di Jacobo Dayán, Mónica Meltis, Irene Tello Arista, Daniela Rea, Marcela Turati, Ximena Antillón, Mariana Mora, Edith Escareño, Mauricio González González e John Gibler presentati al semenzaio dell’aprile scorso, “Sguardi, Ascolti, Parole; Proibito Pensare?” che si è tenuto al CIDECI di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, e nei loro scritti, cronache, reportage e colonne. Ed anche così, leggere o ascoltare dell’orrore quotidiano è molto lontano dal viverlo nella quotidianità.

Al grande capitale non importano le sparizioni, i sequestri ed i femminicidi. Quello che lo preoccupa è la SUA sicurezza e quella dei SUOI programmi. La corruzione che lo disturba è quella che taglia i suoi profitti. Per questo gli viene proposto “Faccio io il caposquadra, terrò la marmaglia al lavoro tranquilla e contenta, tornerai ad avere la sicurezza che i governi passati ti hanno lesinato, ci guadagnerai tutto quello che vuoi e non ti ruberò niente”.

Al sistema continua a disturbare lo Stato Nazionale e sempre di più gli assegna l’unica funzione per la quale nasce qualsiasi Stato, cioè, assicurare con la forza il rapporto tra dominatori e dominati.

I piani di sviluppo dei nuovi governi in qualsiasi parte del mondo non sono altro che dichiarazioni di guerra particolari nei territori dove questi piani di sviluppo opereranno.

Se si parlasse seriamente, si direbbe che si propone di costruire lande e deserti e, contemporaneamente, si costruisce l’alibi per eludere la responsabilità di questa distruzione: “ti abbiamo annichilito, ma è stato per il bene di tutti”.

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Mi sono sbagliato. Noi avevamo previsto che ci sarebbe stata una frode elettorale (e c’è stata, ma in un altro senso). Avevamo previsto che López Obrador avrebbe vinto ma che il sistema gli avrebbe negato la vittoria con delle trappole. Ed abbiamo pensato a quali potevano essere le opzioni del sistema dopo questa frode. Secondo la nostra analisi, non preoccupava tanto lo scandalo perché il sistema aveva sopportato già quello della Casa Bianca, di Ayotzinapa, la Estafa Maestra [indagine giornalistica del portale Animal Politico che ha documentato un giro di corruzione nel governo dove sono stati deviati 400 milioni di dollari – N.d.T.], le corruzioni nei governi degli stati, quindi, nel caso di uno scandalo per una frode, a Peña Nieto non ne sarebbe venuto niente. Pensiamo che il dilemma del sistema fosse scegliere tra Meade ed Anaya, scegliere quale tra i due fosse più di destra, più efficiente per i suoi piani, chi di loro sarebbe stato il migliore caposquadra.

Le possibilità di una resistenza forte e radicale dell’allora candidato che sarebbe stato defraudato erano minime, niente di pericoloso per il sistema, ma ci sarebbero comunque state delle proteste. E per questo vi chiediamo scusa, perché considerando questo scenario abbiamo ritardato la convocazione alle reti, perché credevamo che ci sarebbero state proteste, blocchi e tutto il resto, e se vi invitavamo forse sareste rimasti bloccati da qualche parte; per questo la convocazione è arrivata tardi, scusate.

Noi, nosotroas, zapatiste, zapatisti, ci prepariamo sempre al peggio. Se succede, siamo preparati. Se non succede, fa lo stesso, siamo preparati comunque.

Ma adesso, per quello che stiamo vedendo pensiamo di non esserci sbagliati. In effetti il sistema ha scelto chi tra i quattro candidati si propone come il più efficiente, il signor López Obrador. E le prove d’amore che ha dato il signor López Obrador, o che sta dando questo signore al grande capitale, cioè al finquero, sono, tra le altre, la consegna dei territori dei popoli originari. I suoi progetti per il sudest, per citarne alcuni, per l’Istmo, per Chiapas, Tabasco, Yucatan e Campeche sono, in realtà, progetti di depredazione.

E la cosa principale che preoccupa un governo uscente è l’impunità, non i suoi indici di popolarità. Quindi il “voto” governativo doveva orientarsi verso chi gli garantiva di non essere perseguito. Che l’esilio o la prigione non fossero la necessaria risorsa della legittimità per il nuovo. Il nuovo caposquadra doveva promettere (e provare) che non avrebbe criminalizzato il caposquadra precedente.

Ma non crediate che il nuovo governo sia come qualunque altro caposquadra, con lui arriva il “nuovo” pensiero unico.

Si sta sviluppando una specie di nuova religione. Come se già non bastasse la religione del mercato presente in tutti i luoghi in cui i governi di destra si fanno strada al potere, ma è come una specie di nuova morale che si imporne con l’argomento quantitativo e che attacca l’ambito scientifico, l’arte e la lotta sociale.

Già le lotte non sono per una rivendicazione, ma ci sono lotte buone e lotte cattive. Per dirlo in maniera più comprensibile: ci sono le lotte buone e sono le lotte che servono alla mafia dal potere, l’arte “buona” che serva alla mafia del potere, la scienza “corretta” che serva alla mafia dal potere. Tutto ciò che non si orienti al nuovo pensiero unico che si sta delineando, è parte del nemico. E la fede, o la nuova fede che si sta sviluppando, necessita di un individuo eccezionale, da una parte, ed una massa che lo segua.

Questo è successo in altre parti della storia mondiale ed ora succede anche qua. Per questo, alle critiche e segnalazioni che facciate voi, o che facciamo noi, non si risponde con argomenti ma si dice, per esempio, che siamo volgari o che siamo invidiosi.

Non dubitiamo che ci sia gente che onestamente abbia pensato che il cambiamento promesso, oltre che a buon mercato (bisognava solo tracciare una croce su una scheda), puntasse ad un cambiamento reale o “vero”. Deve far arrabbiare, là in alto, che si ripresentino i nomi dei criminali di prima, anche se hanno cambiato colore.

Ma la vocazione di destra della nuova squadra di governo è innegabile. E la sua cerchia “intellettuale” e sociale rivendica senza imbarazzo la sua tendenza autoritaria. Si sta seguendo alla lettera il copione che abbiamo denunciato 13 anni fa, nel 2005. Chi è stato vile nella sconfitta, è vile nella vittoria. Dire che il prossimo governo è di sinistra o progressista, è una calunnia. Usiamo allora la similitudine dell’uovo del serpente. In un film che si intitola così, di Ingmar Bergman, c’è un dottore (interpretato dall’attore di Kung Fu, David Carradine) che spiega che quello che sta succedendo in Germania in quell’epoca – che poi diventerà fascista – è come l’uovo di un serpente che, se lo guardi in controluce si vede quello che c’è dentro, e allora si vedeva quello che sta succedendo adesso.

Voi sapete che dal 1° luglio tutto il lavoro del Partito Movimento di Rigenerazione Nazionale, di López Obrador e della sua squadra è per ingraziarsi la classe dominante ed il grande capitale. Non c’è nessun indizio (nessuno si può appellare ad un inganno), nessun indizio che dica che è un governo progressista, nessuno. I suoi principali progetti distruggono i territori dei popoli originari: il milione di ettari nella Lacandona, il Treno Maya, o il corridoio dell’Istmo che vogliono fare, tra gli altri. La sua franca empatia col governo di Donald Trump è già una confessione pubblica. La sua “luna di miele” con gli industriali ed i grandi capitali è rappresentata nei principali dicasteri del suo gabinetto e nei suoi piani per la “IV trasformazione”.

Crediamo che sia evidente che il beneplacito del Potere, del Denaro al “trionfo” di López Obrador, andasse oltre il riconoscimento. Tra il grande capitale c’è un vero entusiasmo per le opportunità di conquista che si presentano col programma di governo lopezobradorista.

Abbiamo alcuni dati concreti e molti pettegolezzi (che non si possono provare) su quanto è successo nel passato processo elettorale. Non li rendiamo noti perché da questi si potrebbe dedurre che ci sia stata una frode, e non è assolutamente nostra intenzione amareggiare l’euforia che invade i “30 milioni”.

Ma quello che nessuno vuole segnalare è che c’è stata una specie di “risveglio mediatico”, come è accaduto nelle precedenti elezioni: quelle di Calderón e di Peña Nieto. Cioè, non sono state “le istituzioni” a dire chi aveva vinto, ma i media. Mentre iniziava il Programma dei Risultati Preliminari Elettorali (PREP), Televisa e TvAzteca dicevano già il nome del vincitore; pochi minuti dopo, con meno dell’1% dei voti scrutinati, arrivava l’avallo di Meade, di Anaya e della Calderona. Passate alcune ore, il “camerata” Trump si congratulava ed all’alba del giorno 2, l’ormai nominabile Carlos Salinas de Gortari si univa alle congratulazioni. Senza conoscere i risultati ufficiali, inizia il baciamano che il PRI ha trasformato in patrimonio nazionale. E l’INE? Compie la funzione per la quale è stato creato: essere il Patiño della “democrazia elettorale”. Le “istituzioni” responsabili del processo si sono limitate a rincorrere la valanga mediatica.

L’intellighenzia progressista, che nel caso non fosse stato il suo leader avrebbe denunciato quanto accaduto come un “colpo di Stato mediatico”, ora sottoscrive senza imbarazzo alcuno il “sia come sia”: “abbiamo vinto, non importa come”. Il fatto è che tutto sembra indicare che il risultato è stato negoziato e concordato fuori dalle urne e dal calendario elettorale. Ma non importa, il grande elettore ha decretato: “Habemus Capataz, avanti con gli affari”.

Questo nuovo pensiero unico supplisce l’argomento della ragione con l’argomento quantitativo: “30 milioni non possono sbagliarsi”, come ha detto il padre non mi ricordo come si chiama, Solalinde? sì quello (scusate, è che non lo pronuncio mai bene ed il SubMoy mi corregge sempre) e che si sta dicendo in ogni momento: “perché vi opponete a 30 milioni? Voi siete solo 300 persone e per giunta sporche, brutte, cattive e volgari“. Bene, parlano di voi (le reti), io sono solo volgare.

Con questa nuova forma di fede (rispetto ad essa, noi insistiamo che manca il voto valido, che è il voto della realtà) si comincia ad imporre nell’immaginario collettivo la ragione della quantità sull’analisi e la ragione argomentata.

E si comincia a riscrivere la storia per trasformarla nella nuova Storia ufficiale, secondo la quale tutti i movimenti sociali e politici del passato in realtà miravano a portare alla presidenza López Obrador. Abbiamo letto che il movimento del ’68 non è stato altro che l’antecedente della “fine dei tempi”, 50 anni dopo. Abbiamo letto che si purificano Manuel Bartlett e criminali simili perché stanno dalla parte del vincitore. Abbiamo letto che Alfonso Romo è un industriale “onesto” il cui solo interesse è il bene del prossimo.

Abbiamo letto che chi ieri era del PRI, del PAN, del PRD, del Verde Ecologista, o bazzicava nel mondo dello spettacolo, ora è illustre leader della IV trasformazione. Ed abbiamo anche letto che la sollevazione zapatista del 1994 fu il preludio della sollevazione “civica” del 2018! Ed il leader ha già chiesto di svolgere elaborazioni teoriche sulla sua ascesa al Potere. Non manca molto perché gli storiografi allineati modifichino i libri di testo di storia.

Notiamo lo scatenarsi di una valanga, uno tsunami, di analisi frivole e volgari, di nuove religioni laiche, di profeti minori – molto minori – perché hanno la piattaforma per farlo. Ci saranno molti rospi per chi li vorrà inghiottire. E, dato che parliamo di neo religione, l’apparato burocratico si democratizzerà affinché tutti se la bevano.

Appariranno i nuovi “boy scout”, i piccoli esploratori pronti a fare il bene, anche se ben attenti a chi farlo.

I “rappresentanti dei cittadini” a promuovere la cittadinizzazione: quello che vogliono gli “autoctoni” (mi sembra ci chiamino così) è essere come chi li depreda. Essere “uguali”, sia pure nella fugace temporalità dell’urna, e “liberi” nel momento di firmare la concessione per la miniera-hotel-ferrovia, il contratto di “lavoro”, i pagamenti a rate, il “fermo sostegno al nostro presidente”, la richiesta di “aiuti governativi”.

Ci sarà un’auge prevedibile di agenzie governative ma, invece di risorse, forniranno interlocuzione. E questo vale più dei soldi. Perché il modello degli “sportelli” si decentralizzerà. Non si dovrà più andare in un edificio, informarsi e capire, dopo una lunga coda, che manca la copia rosa. Ora lo sportello verrà da te: “chieda, noi facciamo; come ricevuta riceverà una promessa”.

Se c’è chi non ha niente, è probabile che riceverà la speranza. I nuovi truffatori si incaricheranno di amministrare questa speranza, di dosare la sua portata e di trasformarla nella chimera che consola ma non risolve.

Si riciclerà l’argomento utilizzato in un certo settore della lotta sociale secondo cui non è possibile cambiare il sistema, ma quello che bisogna fare è amministrare o limare gli spigoli affinché non feriscano troppo, cioè, che possiamo trasformarli in buoni capisquadra, perfino arrivare a creare un capitalismo buono e che è possibile cambiare il sistema da dentro.

Si indovina ormai la figura attraverso il guscio: si chiede la resa della ragione e del pensiero critico; l’esaltazione del nazionalismo con base nell’autoritarismo “buono”; la persecuzione del diverso; la legittimità ottenuta con le grida; la neo religione laica; l’unanimità imposta; la resa della critica ed il nuovo lemma nazionale: “Proibito Pensare”. Insomma: l’egemonia e l’omogeneità che sostengono i fascismi che negano di riconoscersi come tali.

-*-

Sono concetti che permettono di capire (ed agire), quelli che vengono presentati? Termini come “cittadinanza”, “gioventù”, “donne”, “progresso”, “sviluppo”, “modernità”, “democrazia elettorale” sono sinonimi di democrazia?

Il termine “cittadino” non vale come concetto per capire quello che succede: “Cittadino” è Carlos Slim come lo è il contadino depredato dal nuovo aeroporto di Città del Messico. Lo è Ricardo Salinas Pliego e chi vive per strada dopo il terremoto del settembre 2017. Lo è Alfonso Romo ed i membri della comunità tzeltal che saranno spogliati delle loro terre affinché passi un treno su cui i turisti si facciano i “selfie”.

Un altro: “gioventù”. “Giovani” sono le figlie di Peña Nieto e le lavoratrici e le studentesse assassinate.

Un altro: “donne”. “Donne” sono la Aramburuzavala, la Gonda, la Sánchez Cordero, la González Blanco Ortiz Mena, la Merkel e la May e lo sono le assassinate di Ciudad Juárez, le violentate in ogni angolo del mondo, le picchiate, sfruttate, perseguite, incarcerate, desaparecidas.

Tutti i concetti che eliminino la divisione o che non aiutino a capire la divisione di classe tra dominatori e dominati sono un inganno e permettono che convivano, in uno, gli uni e gli altri. Questa trasversalità – come la chiamano – tra il capitale ed il lavoro, non serve a niente, non spiega niente e porta alla convivenza perversa tra sfruttatore e sfruttato e, per un attimo, sembra che siano la stessa cosa benché non lo sia.

C’è inoltre questo tentativo da tornare al sistema di prima, il salto impossibile all’indietro allo “Stato Assistenziale”, allo “Stato Benefattore” di Keynes, al vecchio PRI (per questo qualcuno scherzava dicendo che la prima trasformazione è stata PNR; quindi la seconda in PRM; la terza in PRI, ed ora la quarta trasformazione è PRIMOR).

E si arriva alla vecchia discussione tra riforma e rivoluzione. I “dibattiti” tra i “radicali” che lottavano per la rivoluzione e gli “snob” che erano per un cambiamento graduale, per le riforme graduali fino ad arrivare al regno della felicità. Queste discussioni avvenivano nei caffè. Le agorà di adesso sono le reti sociali e si può seguire questo esercizio di autoerotismo tra gli “influencers” (o come si chiamino).

Noi pensiamo che non è neppure necessario discuterne, perché la riforma non è più possibile; quello che il capitalismo ha distrutto non è più recuperabile, non può esserci un capitalismo buono (pensiamo che non sia mai esistita questa possibilità), dobbiamo distruggerlo totalmente.

E parafrasando quanto detto dalle zapatiste nell’Incontro delle Donne che Lottano: non basta dare fuoco al sistema: bisogna accertarsi che si consumi totalmente e che ne rimangano solo le ceneri.

Di questo parleremo in un’altra occasione. Per adesso vogliamo solo segnalare che la controrivoluzione sociale è possibile. Non solo è possibile, ma è continuamente all’erta e vigile perché vogliono annichilire ogni lotta esterna a questo processo di addomesticamento in corso, che deve essere annientata, soprattutto con la violenza.

No solo con emarginazione, non solo con calunnie, ma anche con attacchi paramilitari, militari, di polizia.

Per tutto quello che sfidi queste nuove regole – che in realtà sono vecchie – non ci sarà amnistia, né perdono, né assoluzione, né abbracci, né foto; ci sarà la morte e la distruzione.

La lotta contro la corruzione (che non è altro che la lotta per una buona amministrazione del dominio) non solo non include la lotta per la libertà e la giustizia, ma le si contrappone, perché con l’alibi della lotta contro la corruzione si lotta per un apparato di Stato più efficiente nella quasi unica funzione che detiene lo Stato Nazionale: la repressione.

Il governo smetterà di essere il caposquadra ladro che si tiene qualche vitella e qualche torello che non consegna al finquero. Il nuovo caposquadra non ruberà, consegnerà al padrone l’intero profitto.

Si vogliono restituire allo Stato Nazionale, in questo caso il Messico, le sue funzioni reali. Cioè, quando si dice che c’è bisogno di sicurezza, è la sicurezza del capitale; è l’introduzione ed il perfezionamento di un nuovo stato di polizia: “farò bene le cose perché vigilerò su tutto“. La sicurezza reclamata per la “cittadinanza” è nei fatti il reimpianto di un sistema di polizia, un muro modernizzato e professionalizzato che sappia distinguere tra “i buoni” e “i cattivi”.

Si professionalizzerà la polizia della città del Capitale. Lì si diminuirà il tasso di criminalità e ci saranno poliziotti “bell@” che aiuteranno le/gli anzian@ ad attraversare la strada, cercheranno gli animali domestici smarriti e controlleranno che il traffico sia ordinato per chi importa: le automobili.

Fuori, in periferia, proseguirà il contubernio tra chi deve prevenire e perseguire il crimine e chi lo commette. Ma, in compenso, si fomenterà il turismo estremo: nella città del Capitale si organizzeranno “tour” e “safari” per conoscere quelle strane creature che vivono nell’ombra; i turisti potranno farsi un “selfie” col giovane fermato-picchiato-assassinato, col suo sangue che si confonde con i colori dei tatuaggi, che uccide il luccichio dei piercing e macchia il verde-viola-azzurro-rosso-arancio dei capelli. Chi era? A chi importa? In un “selfie” tutto quello che non sia “io” è pura scenografia, un aneddoto, un’emozione “forte” per brillare nel feis, su instagram, nelle chat, nelle autobiografie. E, dall’altoparlante del veicolo blindato, la gentile guida turistica avverte: “vi ricordiamo che il consumo di tacos, panini ed altri articoli sono a vostro rischio e pericolo; la società non è responsabile di indigestioni, gastriti ed infezioni intestinali. Per chi è sceso, qui abbiamo gel antibatterici”.

Il nuovo governo promette di recuperare il monopolio dell’uso della forza (che gli è stato sottratto dal “crimine organizzato”). Ma non più solo con poliziotti ed eserciti tradizionali. Anche con i “nuovi” vigilanti: le nuove “camicie brune” o ciliegia [il colore del movimento di Lopez Obrador – N.d.T.] nei quali si convertiranno gli affiliati alla nuova religione laica; la massa che sta attaccando i movimenti sociali che non si addomestichino. I riciclati “battaglioni rossi” (ora “ciliegia”, per l’IV trasformazione) che dovranno completare la “pulizia” degli sporch@, brutt@, cattivi@ e volgari, e tutto quello che resista all’ordine, al progresso e allo sviluppo.

-*-

Dunque, continuiamo a scendere, a vedere come stanno resistendo (insieme ad altre organizzazioni, gruppi e collettivi) le nostre comunità – adesso qui con noi c’è parte della direzione collettiva dell’EZLN, 90 comandanti; sono di più ma sono quelli che ci hanno accompagnato questa volta per onorare la vostra visita (le reti) -.

Noi continuiamo a camminare su due piedi: la ribellione e la resistenza, il no ed il sì; il no al sistema ed il sì alla nostra autonomia, che vuol dire che dobbiamo costruire la nostra strada verso la vita. La nostra ha base in alcune delle radici delle comunità originarie (o indigene): il collettivo, l’appoggio mutuo e solidale, l’attaccamento alla terra, la preservazione e cura delle arti e delle scienze e la vigilanza costante contro l’accumulazione di ricchezza. Questo, e le scienze e le arti, sono la nostra guida. È il nostro “modo”, ma pensiamo che in altre storie ed identità sia differente. Per questo noi diciamo che lo zapatismo non si può esportare, neanche nel territorio del Chiapas, ma ogni calendario e geografia deve seguire la propria logica.

I risultati del nostro camminare sono sotto gli occhi di chi voglia guardare, analizzare e criticare. Anche se, certo, la nostra ribellione è tanto, ma tanto piccola che ci vorrebbe un microscopio o, meglio ancora, un periscopio invertito per scoprirla.

E non è neppure un esercizio molto incoraggiante: le nostre possibilità sono minime.

Non arriviamo nemmeno lontanamente a 30 milioni.

Forse siamo solo in 300.

-*-

(Continua…)

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