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Palabra del Ejército Zapatista de Liberación Nacional

Nov162014

Parole del Comando Generale dell’EZLN, per voce del Subcomandante Insurgente Moisés, al termine dell’incontro con la carovana di familiari di desaparecidos e studenti di Ayotzinapa, nel caracol di Oventik, il giorno 15 novembre 2014.

Madri, Padri e Familiari dei nostri fratelli assassinati e scomparsi a Iguala, Guerrero:

Studenti della Scuola Normale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, Guerrero:

 

Fratelli e sorelle:

Ringraziamo di tutto cuore per averci portato la vostra parola.

Sappiamo che per portarci questa parola diretta, senza intermediari, senza interpretazioni estranee, avete dovuto viaggiare molte ore e soffrire la stanchezza, la fame, il sonno.

Sappiamo anche che per voi questo sacrificio è parte del dovere che vi sentite.

Il dovere di non abbandonare i compagni fatti scomparire dai malgoverni, di non venderli, di non dimenticarli.

E’ a causa di questo senso del dovere che avete iniziato la vostra lotta fin da quando non si faceva alcun caso a essa, e i fratelli oggi scomparsi erano catalogati come “capelloni”, “novellini”, “futuri delinquenti che se lo meritavano”, “picchiatori”, “radicali”, “tamarri”, “agitatori”.

Così li hanno chiamati molti di quelli che ora si affollano attorno alla vostra degna rabbia per moda o convenienza, benché allora volessero incolpare della disgrazia la Normale Raúl Isidro Burgos.

C’è ancora chi tenta di farlo da là sopra, con l’intenzione di distrarre e nascondere il vero colpevole.

Per questo senso del dovere avete iniziato a parlare, a gridare, a spiegare, a raccontare, a usare la parola con coraggio, con degna rabbia.

Oggi, nel marasma di parole vane che uno o l’altro sparge sulla vostra degna causa, litigano ora per stabilire chi ha fatto in modo che foste conosciuti, ascoltati, compresi, abbracciati.

Forse non ve l’hanno detto, ma siete stati voi, i familiari e compagni degli studenti morti e scomparsi, a ottenere, con la forza del vostro dolore, e di tale dolore convertito in rabbia degna e nobile, che molte e molti, in Messico e nel Mondo, si sveglino, facciano domande, pongano in questione.

Per questo vi ringraziamo.

Non solo per averci onorato con l’aver portato la vostra parola perché la potessimo ascoltare, umili come siamo: senza rilevanza mediatica, senza contatti con i malgoverni, senza capacità né conoscenze per potervi accompagnare, spalla a spalla, nell’incessante andirivieni di ricerca dei vostri cari, che ormai lo sono anche per milioni di persone che non li hanno conosciuti; senza le parole sufficienti a darvi consolazione, sollievo, speranza.

Anche e soprattutto, vi ringraziamo per il vostro eroico impegno, la vostra saggia caparbietà di nominare i desaparecidos di fronte ai responsabili della loro disgrazia, di domandare giustizia di fronte alla superbia del potente, di insegnare ribellione e resistenza di fronte al conformismo e al cinismo.

Vogliamo ringraziarvi per gli insegnamenti che ci avete dato e ci state dando.

E’ terribile e meraviglioso che familiari e studenti poveri e umili che aspirano a diventare maestri, si siano convertiti nei migliori professori che abbiano visto i cieli di questo paese negli ultimi anni.

 

Fratelli e sorelle:

la vostra parola per noi è stata ed è una forza.

E’ come se ci abbiate dato un alimento pur essendo lontani, pur non conoscendoci, sebbene ci separassero i calendari e le geografie, cioè il tempo e la distanza.

E vi ringraziamo anche perché ora vediamo, ascoltiamo e leggiamo che altri cercano di zittire la vostra parola dura, forte, quel nucleo di dolore e rabbia che ha messo in moto tutto.

E noi vediamo, ascoltiamo e leggiamo che ora si parla di porte che prima non importavano a nessuno.

Dimenticando che da tempo tali porte sono servite a indicare a quelli di fuori che non erano affatto tenuti in considerazione nelle decisioni che prendevano quelli all’interno.

Dimenticando che ora tali porte sono parte soltanto di un baraccone inservibile, dove si simula sovranità e ci sono solo servilismo e sottomissione.

Dimenticando che tali porte danno soltanto su un grande centro commerciale al quale non accede il popolo che sta fuori, e nel quale si vendono i rottami di quel che in qualche tempo è stata la Nazione messicana.

A noi non interessano queste porte.

Né ci interessa se le bruciano, se le adorano, se le vedono con rabbia, o con nostalgia, o con desiderio.

A noi importano di più le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

Perché là fuori si parla, si discute, si chiosa su violenza e non violenza, lasciando da parte che la violenza si siede tutti i giorni a tavola con la maggioranza delle persone, cammina con loro al lavoro, a scuola, torna con loro a casa, dorme con loro, diventa incubo che è sogno e realtà indipendentemente dall’età, dalla razza, dal genere, dalla lingua, dalla cultura.

E noi ascoltiamo, vediamo e leggiamo che là fuori si discutono colpi di mano di destra e di sinistra, ovvero chi mandiamo via per vedere chi mettiamo al suo posto.

E si dimentica così che l’intero sistema politico è marcio.

Che non è tanto il fatto di avere relazioni con il crimine organizzato, con il narcotraffico, con le molestie, le aggressioni, gli stupri, le botte, le carceri, le sparizioni, gli omicidi, bensì che tutto questo è già parte della sua essenza.

Perché non si può più parlare della classe politica e differenziarla dagli incubi che soffrono milioni di persone in queste terre.

Corruzione, impunità, autoritarismo, crimine organizzato e disorganizzato, sono già negli emblemi, negli statuti, nelle dichiarazioni di principi e nella pratica di tutta la classe politica messicana.

A noi non importano i perché e percome, gli accordi e disaccordi che quelli di sopra imbastiscono per decidere chi si incarica ora della macchina di distruzione e morte in cui si è convertito lo Stato messicano.

A noi importano le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

E noi vediamo, leggiamo e ascoltiamo che là fuori si discutono calendari, sempre i calendari di sopra, con le loro date ingannevoli che nascondono le oppressioni che oggi patiamo.

Perché si dimentica che dietro Zapata e Villa si nascondono quelli che sono rimasti, i Carranza, Obregón, Calles e la lunga lista di nomi che, sul sangue di chi è stato come noi, prolunga il terrore fino ai nostri giorni.

A noi importano le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

E noi leggiamo, ascoltiamo e vediamo che là fuori si discutono tattiche e strategie, i metodi, il programma, il che fare, chi dirige chi, chi comanda e verso dove è orientato.

E si dimentica che le domande sono semplici e chiare: devono ricomparire in vita tutti e tutte, non solo quelli di Ayotzinapa; devono essere puniti i colpevoli di tutto lo spettro politico e di tutti i livelli; e si deve fare il necessario perché non si torni mai più a ripetere l’orrore contro chiunque in questo mondo, anche se non si tratta di una personalità o di qualcuno di prestigio.

A noi importano le vostre parole.

La vostra rabbia, la vostra ribellione, la vostra resistenza.

Perché nelle vostre parole noi ascoltiamo anche noi stessi.

In queste parole ci sentiamo dire e dirci che nessuno pensa a noi, i poveri di sotto.

Nessuno, assolutamente nessuno pensa a noi.

Fanno solo finta di esserci per vedere cosa cavarne, quanto possono crescere, guadagnare, raccogliere, fare, disfare, dire, tacere.

Molti giorni fa, nei primi giorni di ottobre, quando appena appena si iniziava a comprendere l’orrore di ciò che era avvenuto, vi mandammo alcune parole.

Piccole, come da tempo sono di per sé le nostre parole.

Poche parole perché il dolore non trova mai parole sufficienti che lo dicano, che lo spieghino, che lo allevino, che lo curino.

Allora vi dicemmo che non siete soli.

Ma con ciò vi dicemmo non soltanto che vi appoggiavamo e che, seppure lontani, il vostro dolore era nostro, come nostra è la vostra degna rabbia.

Sì, vi dicemmo questo ma non solo questo.

Vi avevamo detto anche che nel vostro dolore e nella vostra rabbia non eravate soli perché migliaia di uomini, donne, bambini e anziani conoscono sulla propria pelle quell’incubo.

Non siete soli sorelle e fratelli.

Cercate le vostre parole anche nei familiari dei bambini e delle bambine assassinati nell’asilo nido ABC nel Sonora; nelle organizzazioni per i desaparecidos nel Coahuila; nei familiari delle vittime innocenti della guerra, persa fin dall’inizio, contro il narcotraffico; nei familiari dei migliaia di migranti eliminati nell’intero territorio messicano.

Cercatele nelle vittime quotidiane che, in ogni angolo del nostro paese, sanno che l’autorità legale è chi picchia, annichila, ruba, sequestra, estorce, stupra, incarcera, uccide, a volte sotto le vesti di organizzazione criminale e a volte come governo legalmente costituito.

Cercate i popoli originari che, da prima che il tempo fosse tempo, serbano la saggezza necessaria a resistere e che conoscono più di chiunque altro il dolore e la rabbia.

Cercate lo Yaqui e si troverà in voi.

Cercate il Nahua e vedrete che la vostra parola sarà accolta.

Cercate il Ñahtó e lo specchio sarà mutuo.

Cercate coloro che hanno innalzato queste terre e con il loro sangue hanno partorito questa Nazione fin da prima che la chiamassero “Messico”, e saprete che di sotto la parola è ponte che attraversa senza timore.

Perciò ha forza la vostra parola.

Nelle vostre parole si sono visti riflessi in milioni.

Molti lo dicono, anche se la maggior parte lo tace ma fa suo il vostro reclamare e dentro di sé ripete le vostre parole.

Si identificano con voi, con il vostro dolore e la vostra rabbia.

Sappiamo che molti vi richiedono, vi esigono, vi domandano, vi vogliono portare da una parte o dall’altra, vi vogliono usare, vi vogliono comandare.

Sappiamo che è molto il frastuono che vi scagliano contro.

Noi non vogliamo aggiungere frastuono al frastuono.

Noi vogliamo solo dirvi di non lasciar cadere la vostra parola.

Non lasciatela cadere.

Non affievolitela.

Fatela crescere perché si elevi al di sopra del frastuono e della menzogna.

Non abbandonatela perché in lei prosegue non solo la memoria dei vostri morti e desaparecidos, ma cammina anche la rabbia di chi oggi è di sotto perché gli altri siano di sopra.

 

Sorelle e fratelli:

Noi pensiamo che forse sapete già che può succedere che rimaniate soli, e che siate preparati.

Che può succedere che quelli che ora si affollano su di voi per usarvi a proprio beneficio, vi abbandonino e corrano altrove alla ricerca di un’altra moda, di un altro movimento, di un’altra mobilitazione.

Noi vi parliamo di ciò che conosciamo perché è già parte della nostra storia.

Fate conto che siano 100 quelli che ora vi accompagnano nelle vostre richieste.

Di questi 100, 50 vi sostituiranno per la moda che verrà al prossimo giro di calendario.

Dei 50 che resteranno, 30 compreranno l’oblio che fin d’ora si offre a pagamenti rateali e si dirà di voi che ormai non esistete, che non avete combinato nulla, che siete stati una farsa per distrarre da altre cose, che siete stati un’invenzione del governo affinché non facesse progressi il tal partito o il tal personaggio politico.

Dei 20 rimanenti, 19 fuggiranno impauriti al primo vetro rotto perché le vittime di Ayotzinapa, di Sonora, di Coahuila, di qualsiasi geografia, restano nei mezzi di comunicazione solo un momento e possono scegliere di non vedere, di non ascoltare, di non leggere, girando pagina, cambiando canale o stazione, ma un vetro rotto è, in cambio, una profezia.

E allora, di 100 vedrete che ne resterà solo uno, una, unoa.

Ma questa una o uno o unoa, si è scoperta nelle vostre parole; ha aperto il suo cuore, come diciamo noi, e in quel cuore si sono seminati il dolore e la rabbia della vostra indignazione.

Non soltanto per i vostri morti e desaparecidos, ma anche per quell’uno, una, unoa tra cento, dovete andare avanti.

Perché quell’una o uno o unoa, come voi, non si arrende, non si vende, non zoppica.

Come parte di quell’uno per cento, magari la più piccola, stiamo e staremo noi zapatiste e zapatisti.

Y entonces, de los 100 verán que sólo queda uno, una, unoa.

Ma non solo.

Ci sono molte, molti, moltei di più.

Perché risulta che i pochi sono pochi finché si incontrano e si scoprono in altri.

Allora accadrà qualcosa di terribile e meraviglioso.

E quelli che si credevano pochi e soli, scopriranno che siamo la maggioranza in tutti i sensi.

E che sono quelli di sopra a essere pochi, in verità.

E allora bisognerà ribaltare il mondo perché non è giusto che i pochi dominino i molti, le molte.

Perché non è giusto che ci siano dominatori e dominati.

 

Sorelle e fratelli:

Tutto questo diciamo noi, secondo i nostri pensieri che sono le nostre storie.

Voi, nelle vostre storie, ascolterete molti altri pensieri, così come ora ci fate l’onore di ascoltare i nostri.

E voi avete la saggezza per prendere ciò che ci trovate di buono e disfarvi di ciò che vedete di male in tali pensieri.

Noi come zapatisti pensiamo che i cambiamenti che importano davvero, che sono profondi, che creano altre storie, sono quelli che iniziano con i pochi e non con i tanti.

Però sappiamo che voi sapete che sebbene passerà di moda Ayotzinapa, che sebbene falliranno i grandi piani, le strategie e le tattiche, che sebbene passeranno le congiunture e diverranno di moda altri interessi e altre forze, che sebbene se ne andranno quelli che oggi si agglomerano su di voi come animali da carogna che prosperano sul dolore altrui; sebbene tutto questo passerà, voi e noi sappiamo che c’è in ogni luogo un dolore come il nostro, una rabbia come la nostra, un impegno come il nostro.

Noi come zapatisti che siamo vi invitiamo ad andare da questi dolori e queste rabbie.

Cercateli, incontrateli, rispettateli, parlateci e ascoltateli, scambiate i vostri dolori.

Perché noi sappiamo che quando dolori differenti si incontrano non germinano in rassegnazione, tristezza e abbandono, bensì in ribellione organizzata.

Sappiamo che nel vostro cuore, indipendentemente dalle vostre credenze e dalle vostre ideologie e organizzazioni politiche, ad animarvi è la richiesta di giustizia.

Non spezzatevi.

Non dividetevi, a meno che non sia per arrivare più lontano.

E soprattutto, non dimenticate che non siete soli.

 

Sorelle e fratelli:

Con le nostre piccole forze ma con tutto il nostro cuore abbiamo fatto e faremo il possibile per appoggiare la vostra giusta lotta.

Non è stata molta la nostra parola perché abbiamo visto che ci sono molti interessi, dei politici di sopra in prima fila, che vi vogliono usare a proprio gusto e convenienza, e non ci sommiamo né ci sommeremo al volo rapace degli opportunisti svergognati ai quali non importa nulla che ricompaiano in vita quelli che mancano ora, bensì importa portare acqua al mulino della loro ambizione.

Il nostro silenzio ha significato e significa rispetto perché la dimensione della vostra lotta è gigante.

Perciò i nostri passi sono stati in silenzio, per farvi sapere che non siete soli, perché sappiate che il vostro dolore è il nostro e nostra è anche la vostra degna rabbia.

Perciò le nostre piccole luci si sono accese dove nessuno, a parte noi, ne teneva conto.

Chi vede come poca cosa o ignora questo nostro sforzo, e reclama ed esige che parliamo, che dichiariamo, che aggiungiamo rumore al rumore, è un razzista che disprezza ciò che non appare di sopra.

Perché è importante che voi sappiate che vi appoggiamo, ma è importante anche che noi sappiamo di appoggiare una causa giusta, nobile e degna, così come lo è quella che ora anima la vostra carovana per tutto il paese.

Perché questo, sapere che appoggiamo un movimento onesto, per noi è alimento e speranza.

Sarebbe un male se non ci fosse alcun movimento onesto, e che in tutto il grande sotto che siamo si fosse replicata la farsa grottesca di sopra.

Noi pensiamo che chi punta su un calendario di sopra o su una scadenza, vi abbandonerà quando apparirà una nuova scadenza all’orizzonte.

Avendo fiutato una congiuntura per la quale nulla hanno fatto e che all’inizio hanno disprezzato, aspettano che “le masse” gli aprano la strada al Potere e che un uomo supplisca a una altro uomo di sopra mentre sotto non cambia niente.

Noi pensiamo che le congiunture che trasformano il mondo non nascono dai calendari di sopra, ma sono create dal lavoro quotidiano, tenace e continuo di coloro che scelgono di organizzarsi invece di unirsi alla moda di turno.

Certo, ci sarà un cambiamento profondo, una trasformazione reale in questo e in altri territori dolenti del mondo.

Non una ma molte rivoluzioni dovranno scuotere il pianeta.

Ma il risultato non sarà un cambio di nomi e di etichette per cui quello di sopra continui a stare di sopra a spese di chi sta sotto.

La trasformazione reale non sarà un cambio di governo, ma di relazione, per la quale il popolo comandi e il governo obbedisca.

Per la quale essere governo non sia un affare.

Per la quale essere donne, uomini, altri, bambine, bambini, anziani, giovani, lavoratori o lavoratrici della campagna e della città, non sia un incubo o un trofeo di caccia per il piacere o l’arricchimento dei governanti.

Per la quale la donna non sia umiliata, l’indigeno disprezzato, il giovane desaparecido, il diverso dipinto come un diavolo, l’infanzia resa una merce, la vecchiaia accantonata.

Per la quale il terrore e la morte non regnino.

Per la quale non ci siano né re né sudditi, né padroni né schiavi, né sfruttatori né sfruttati, né salvatori né salvati, né leader né seguaci, né comandanti né comandati, né pastori né pecore.

Sì, sappiamo che non sarà facile.

Sì, sappiamo anche che non sarà rapido.

Sì, ma sappiamo bene anche che non sarà un cambiamento di nomi e d’insegne nell’edificio criminale del sistema.

Ma sappiamo che sarà.

E sappiamo anche che voi e tutti gli altri troverete i vostri desaparecidos, che ci sarà giustizia, che per tutti quelli che hanno sofferto e soffrono questa pena ci sarà il sollievo di avere risposte al perché, cosa, chi e come, e su queste risposte non solo si costruirà il castigo dei responsabili, ma anche il necessario affinché non si ripeta e che l’essere giovane e studente, o donna, o bambino, o migrante, o indigeno, eccetera, non sia un marchio attraverso il quale il boia di turno identifichi la sua prossima vittima.

Sappiamo che così sarà perché abbiamo ascoltato qualcosa che abbiamo in comune, tra le moltre altre cose.

Perché sappiamo che voi e noi non ci venderemo, non zoppicheremo e non ci arrenderemo.

 

Fratelli e sorelle:

Da parte nostra vogliamo soltanto che portiate con voi questo pensiero che vi diciamo dal fondo del nostro cuore collettivo:

Grazie per le vostre parole, sorelle e fratelli.

Ma soprattutto, grazie per la vostra lotta.

Grazie perché, sapendo di voi, sappiamo che già si vede l’orizzonte…

 

Democrazia!

Libertà!

Giustizia!

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Per il Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno- Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Subcomandante Insurgente Moisés.

Messico, a 15 giorni del mese di novembre 2014, nell’anno 20 dall’inizio della guerra contro l’oblio.

 

Traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

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