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Palabra del Ejército Zapatista de Liberación Nacional

Ene012017

Le Arti e le Scienze nella storia del (neo) Zapatismo

Le Arti e le Scienze nella storia del (neo) Zapatismo

28 dicembre 2016

Ieri sera, vi parlavo del pasticcio interplanetario che aveva scatenato la domanda “Perché questo fiore è di questo colore, perché ha questa forma, perché ha quest’odore?

Ok, ho esagerato con questo “interplanetario”. Dovevo dire: il pasticcio che nel microcosmo dello zapatismo provocò la domanda fatta dalla giovane Rosita al Subcomandante Insurgente Moisés.

Anche se credo che sia evidente, non guasta chiarire che la risposta che il SubMoy dette alla ragazzina zapatista fu la stessa che, forse, non so, è probabile, è una supposizione, ha dato combustibile all’avanzamento della scienza dai suoi esordi: “Non so”.

Ora penso che, sicuramente, la giovane sapeva che questa era la risposta, però sperava che il SubMoy capisse che, dentro al fiore, c’era una domanda più grande.

Il Sub Moy, adesso lo sappiamo perché siamo qui, in questo incontro, sapeva che la risposta “Non so”, non solo non era sufficiente, bensì sarebbe stata inutile se non portava ad altre domande.
Ora lui vi racconterà quello che è, come si suol dire, il contesto della domanda… e della sua risposta.
A me adesso tocca raccontarvi brevemente qualcosa della preistoria di questa domanda e di questa risposta.

Le arti e le scienze, prima dell’inizio del sollevamento, all’interno dell’ezetaelene, avevano un universo molto ridotto e una storia breve: entrambe, scienza ed arti, avevano una motivazione, una direzione, una ragione imposta: la guerra.

Prima negli accampamenti dei guerriglieri, poi nei comandi e dopo ancora nelle comunità, le arti si limitavano alla musica, la poesia e qualcosa di disegno e pittura, tutte esclusivamente con messaggi rivoluzionari. Chiaro, non era strano che si facessero passare canzoni d’amore e disamore, corridos, rancheras e finanche qualche ballata di Juan Gabriel, però questo era nella clandestinità dentro la clandestinità.

Il cinema o la cinematografia, aveva come sala esclusiva o “vip”, la nostra immaginazione. Uno degli insurgentes ci raccontava sempre lo stesso film, però trovava il modo di modificarlo in ogni occasione, o di mischiarlo con altri. Fu così che vedemmo l’originale e vari “remake” di “Enter the Dragon”, con Bruce Lee nell’unico ruolo, perché il compa passava ore spiegandoci i movimenti e i colpi. Questo continuò fino a che, con un piccolo generatore ed un pesante ed ingombrate proiettore da 16 millimetri, vedemmo un film vietnamita che credo si chiamasse “Punto di incontro” o qualcosa del genere, e che, ovviamente, era solamente in lingua originale, cosicché con l’immaginazione gli mettevamo dei dialoghi in spagnolo e creavamo un altro film dal film originale. Non sono sicuro, però credo che questo si chiami “intervento artistico”.

Richiamo l’attenzione su di questo, perché credo che fu la prima volta che confluirono le scienze e le arti in un accampamento zapatista. E per le scienze non mi riferisco al generatore portatile ed al proiettore, bensì ai popcorn, che qualcuno ebbe benevolmente ad includere nell’invio dell’apparato e della pellicola.
Ovviamente, ci abbuffammo di popcorn al grido “mangiare oggi o morire domani”, e il giorno successivo quasi si avvera la consegna: dall’alba, con una diarrea collettiva, l’intero battaglione insurgente lasciò i paraggi come se uno stuolo di cinghiali avesse stazionato lì. Poi ci consolammo, pensando che era una dimostrazione di guerra batteriologica. Morale: fate attenzione alle consegne.

Il contatto con i villaggi ampliò questo limitato orizzonte: nelle celebrazioni, i compas stabilivano orari per il “programma culturale”, dicevano, è “per la festa”. Così, in un orario che si andò accorciando con gli anni, si declamavano poesie, si leggevano pensieri e si cantavano canzoni, tutti di lotta. Gradualmente, “la festa” andò ampliando la sua durata e qualità. In questo orario si ballava e cantava quello che era di moda in quell’epoca. Le musiche diciamo “commerciali”, a sua volta, iniziarono ad essere rimpiazzate dalla produzione locale. Prima, cambiando le parole alle canzone; successivamente componendo anche la musica.

Cambiarono i balli: dalle file, al ballo di coppia. Originalmente, nei balli dei villaggi, si facevano due file: una di donne e, di fronte, una di uomini. Questo aveva la sua ragion d’essere: con le file ben disposte delle donne, le mammine potevano controllare le loro figlie, e vedere se scappavano o se si mantenevano nel l’oscillazione continua de “La del moño colorado”. Successivamente, poco a poco e dopo assemblee accalorate, si permise il ballo di coppia, anche se con il medesimo ritmo. Però la linea pesava, così era comune vedere una coppia ballare con lei che guardava da una parte e lui dal lato opposto. Il teatro o “seña” era molto sporadico. I disegni e le pitture dei periodici murali di montagna, si trasferirono alle comunità, però si mantennero i temi.

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Se vi sembra che l’attività artistica era scarsa, quella scientifica era praticamente
nulla (perché il libro di Isaac Asimov, che il defunto portava nello zaino non conta come scienza). Per il contatto con la natura, usavamo le conoscenze delle comunità, cioè, ci limitavamo a conoscere fatti, senza sapere la spiegazione o, spiegandoli in accordo coi racconti e leggende che circolavano nelle comunità.

Per esempio, il tempo della pioggia ed i tempi della semina. C’erano dati empirici che indicavano che stava per piovere o no, e statisticamente funzionava. Negli accampamenti di montagna, per esempio, quando le zanzare aumentavano in numero e aggressività, voleva dire che stava per piovere. Chiaro, avevamo anche barometri e altimetri, però le zanzare erano più carine. Quindi, se ci avessero chiesto qual era la relazione tra le zanzare e la pioggia, avremmo risposto “non so”, tuttavia non saremmo andati oltre, e sapevano che quello che ci competeva era mettere le coperture di plastica o accertarsi di arrivare al villaggio o all’accampamento, e non fare ricerche scientifiche.

La cosa più scientifica che si faceva era calcolare l’energia e la traiettoria del proiettile, la resistenza dei materiali (perché bisognava sapere dove proteggersi dagli spari del nemico), allineare mirini telescopici, fabbricare artefatti esplosivi, e la “navigazione terrestre” con l’uso di mappe, altimetri e il clinometro, per il quale era necessario studiare le basi della trigonometria, algebra e calcolo. Stavamo per imparare ad usare il sestante, per poterci orientare di notte, però non arrivammo a tanto. E non era necessario, perché i compas dei villaggi conoscevano così bene il terreno, che non avevano bisogno di nessuna macchina per orientarsi. E potevano “predire” fenomeni naturali a partire da altri, o da usi e costumi.

Allora il mondo era abitato da personaggi magici, come il Sombreron e Xpaquinté che percorrevano strade, sentieri, si perdevano, e sedevano con noi, negli accampamenti insurgentes delle montagne del sudest messicano.

In medicina si applicavano due metodi fondamentali. Visto che non conoscevamo l’esistenza della cura con il quarzo, il biomagnetismo o cose simili con equivalente rigore scientifico, allora ricorrevamo alla suggestione imposta o all’autosuggestione. Visto che non poche volte non avevamo medicine, ma sì avevamo la febbre, ci dicevamo e ripetevamo: “Non ho la febbre, è tutto nella mia testa”. A voi farà ridere probabilmente, però il fu SupMarcos raccontava che affrontò vari casi di salmonellosi con questo metodo, “E funzionava?”, gli chiedevamo in queste occasioni. Lui rispondeva con la sua solita modestia: “Bé, guardatemi, sono vivo e più bello che mai”. Bene, fu prima che gli dessimo morte.

Quando invece avevamo medicine, usavamo il metodo scientifico del “prova e sbaglia”. Cioè, qualcuno si ammalava, gli davamo la medicina, se non guariva, un’altra diversa, e così, fino a che lo conseguivamo o il male, sicuramente annoiato dal metodo, cedeva.

Un altro metodo scientifico di cura era il chiamato “schioppettata”. Se qualcuno aveva sintomi di una infezione, gli davamo antibiotici ad ampio spettro. Quasi sempre guariva e, chiaro, rimaneva chimicamente puro, al meno per sopravvivere fino alla prossima infezione.

Anni dopo, racconta il defunto, i trattamenti medici che prescriveva si basavano in semplice statistica: in montagna, tali e tali sintomi si curavano con tali medicinali, nel x % dei casi; se in una truppa di X numero di combattenti, tanti si ammalavano con tali sintomi, c’è la x % di probabilità di che si tratti della stessa malattia.

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Un aneddoto di montagna, raccontato anni fa sempre dal defunto SupMarcos, può servire per confrontarlo con quello che ora vi mostriamo: raccontava il defunto che, in una esplorazione nel profondo della Selva Lacandona, una sezione insurgente di fanteria rimase lontana dall’accampamento base, vedendosi obbligata a pernottare senza altro riparo che le volte degli alberi e le foglie delle piante; fecero un focolare per vedere se potevano arrostire una vipera nuyaca che era l’unica preda che avevano potuto cacciare. Il SupMarcos allora non era “sup”, bensì tenente insurgente di fanteria e stava al comando di questa unità militare.

Com’era abitudine in quell’epoca, quando la notte alla fine scendeva dagli alberi e si sedeva con los insurgentes, con le ombre scendevano anche a sedersi con il fuoco ogni tipo di storia, racconti e leggende che, tra l’altro, soddisfacevano la missione di mitigare la fame ed asciugare i vestiti che il sudore e la pioggia avevano impregnato. L’allora tenente di fanteria, rimase appartato e si limitò ad ascoltare quello di cui discuteva la truppa.

Ad uno dei nuovi era successo che, camminando si allontanò dal sentiero, il contatto con le foglie della pianta chiamata La´aj, od ortica, gli aveva provocato l’orticaria ad una mano e si era gonfiata. Tra il dolorante e il lamentoso, la recluta chiese ad un altro combattente perché o cosa aveva questa pianta che faceva così tanto danno. Il veterano, sentendosi obbligato ad educare al nuovo, gli rispose: “Guarda compa, te lo dico chiaramente, questo solo dio e le foglie lo sanno”.

Forse, per tutto questo che vi racconto, il defunto SupMarcos, quando era il portavoce zapatista, abbondava e ridondava di leggende e aneddoti spesso riferiti a spiegazioni della realtà legate alla cultura ancestrale. I racconti del vecchio Antonio, per esempio.

Se il defunto era una finestra per affacciarsi allo zapatismo di allora ed ora lo è il Subcomandante Insurgente Moisés, non solo è cambiata la finestra, ma anche quello che si vede ed ascolta attraverso questa finestra. Lo zapatismo odierno nelle comunità, é quantitativamente e qualitativamente diverso, già non diciamo da 30 anni fa, ma sopratutto da quello degli ultimi 10-12 anni, che dev’essere il periodo nel quale é nata la bambina che si autodefinisce “Difesa zapatista”.

Con questo voglio dirvi che, se i bambini di 25-30 anni fa nacquero durante i preparativi del alzamiento e quelli di 15-20 anni fa nascono nella resistenza e la ribellione; quelli degli ultimi 10-15 anni nascono in un processo di autonomia già consolidato, con nuove caratteristiche, alcune delle quali, tra le quali c’è la necessità della Scienza, vi saranno presentate dal Subcomandante Insurgente Moisés, al quale cedo la parola…

Buona sera fratelli e sorelle, compagni e compagne.

La scienza di cui stiamo parlando qui, noi, le zapatiste, vorremmo fosse una scienza per la vita. Come vi ha detto il SupGaleano, non c’è nient’altro da dire, non vi spiegherò di più, la scienza noi l’abbiamo studiata quando eravamo in montagna, durante l’addestramento. Visto che siamo riusciti ad applicare la scienza, vale a dire la guerra, l’uccidere e il morire, i nostri compagni e le nostre compagne dei villaggi, basi d’appoggio, ci hanno spiegato un altro modo di fare la guerra senza perdere i principi di quello che vogliamo. Quindi, da allora, il meglio è stato che, noi combattenti e combattente, abbiamo riconosciuto che c’era qualcosa nei nostri compagni e nelle nostre compagne, cioè i villaggi. Abbiamo quindi cominciato a imparare, abbiamo cominciato a capire che un esercito, qualunque esercito – tanto l’esercito del ricco che quello del povero che lotta – è escludente, perché non tutti gli uomini, le donne e i bambini combattono. E quel che ci hanno proposto i nostri compagni e le nostre compagne è di combattere insieme per ottenere quel che vogliamo, e ci hanno detto che le armi con le quali bisogna lottare sono la resistenza e la ribellione. La questione è che non vogliamo il mal governo, il cattivo sistema, si tratta di rifiutare ogni forma di inganno e, quindi, noi, combattenti, insorgenti, insorgente, abbiamo imparato in che modo farlo, come bisogna farlo. Quindi, noi, abbiamo capito come sia necessario lottare insieme, così come finora le comunità hanno vissuto, in comune, collettivamente. Il sistema, il mal governo, tenta di dividerci, ma non ci è ancora riuscito, le comunità si capiscono. Ad esempio, in alcune comunità ci sono vari partiti politici, o varie religioni, ma sono in una comunità. Se, in questa comunità, un pezzo di terreno è invaso da un’altra comunità, la comunità invasa si unisce immediatamente, vale a dire che si dimenticano di quel che sono, del fatto che sono divisi da vari partiti politici o da diverse religioni. È così che funziona, è così che non viene cancellato cosa significhi essere comuni, essere comunità. Da allora abbiamo cominciato a capire quel che dicevano, quel che ci hanno detto le nostre compagne e i nostri compagni, basi d’appoggio, è che dobbiamo lottare insieme. È stato dunque molto meglio di quel che avevano pensato loro, perché il combattente non è l’unico a lottare, ma tutti e tutte e, quindi, noi combattenti abbiamo cominciato a lavorare insieme a loro. Quel che è successo è stato allora che in questa lotta, in questa organizzazione, si è costruito il modo di ottenere quel che si cerca. Voglio dire che quel che hanno visto i compagni e le compagne è che bisogna mettere in pratica, nel proprio piccolo, quel che si vuole, quel che si cerca, con la propria autonomia. Con il governo autonomo dei nostri compagni e delle nostre compagne è cominciato qualcosa che non conoscevamo durante il periodo della clandestinità, della nostra preparazione. Abbiamo dunque capito che è questo il modo di pensare e di operare il cambiamento. A dire la verità, durante i 23 anni di autogoverno delle nostre comunità, non ci sono stati tanti morti da arma da fuoco, o feriti o torturati, o rapimenti rispetto a prima del ’94. In questi 23 anni, quel che ci hanno mostrato i compagni e le compagne è che c’è un’altro modo fare guerra al sistema, senza morire né uccidere, ma per questo ci vuole organizzazione, ci vuole un accordo, ci vuole lavoro e bisogna lottare e mettere in pratica. Ora sappiamo che, con queste armi di lotta che sono la resistenza e la ribellione, il sistema non ha potuto fare nulla contro i nostri compagni e le nostre compagne. Hanno fatto di tutto per farci abbandonare, ma il sistema non ci è riuscito, perché le compagne e i compagni l’hanno vissuto per 23 anni. Per quel che loro hanno costruito, come diceva il SupGaleano, noi stessi siamo rimasti sorpresi. Non sognavamo tutto questo, non lo vedevamo. I compagni e le compagne ci sono arrivati tramite il proprio pensiero, vedendo le proprie necessità, pensando quel che è necessario fare, dopo aver ottenuto qualcosa, per migliorare, seguendo i passi per fare il bene dei nostri popoli. Quindi adesso, le stesse compagne, gli stessi compagni,verificano tra di loro, e le mamme e i papà, chiaramente, li incitano, perché non l’avevano visto. Ad esempio, ci sono compagne che sono già, non so come si dice, di quelle che aiutano i dottori, come i meccanici che, ecco qui la tua pinza, ecco il tuo martello, ecco la tua mazza, o come si chiami. Ma le compagne, ormai sono loro che aiutano il medico passandogli quel che ha bisogno durante la chirurgia che sta facendo. Sanno ormai maneggiare gli apparati per l’ultrasuono, i medici hanno detto loro che possono dire, vale a dire diagnosticare, che sanno ormai leggere cosa mostra la piastra o la foto che produce l’ultrasuono. Così, le compagne e i compagni sanno ormai maneggiare molti altri tipi di apparati, per il Papanicolau e varie altre cose per la salute, dell’area della salute, del laboratorio. Non pesavamo tutto ciò. Ora pensiamo e diciamo: in 23 anni di pallottole avremmo potuto costruire tutto questo? E la nostra risposta è che non saremmo qui, adesso, a parlare con voi, fratelli, sorelle, compagni, compagne, scienziati, scienziate. Se fossero stati 23 anni di pallottole, non ci saremmo conosciuti. Ma, grazie al vostro modo di vedere, grazie ai nostri compagni e alle nostre compagne, siamo qui a parlare con voi. Il progresso dei nostri compagni e delle nostre compagne è stato tale che, chiaramente, ha dovuto separarsi dai metodi dello sfruttatore, del capitalismo o del mal governo per creare il proprio modo di pensare la libertà, che abbiamo conquistato e cominciato a costruire a modo nostro. Quindi, è così che funziona ora la loro educazione, hanno la loro agro ecologia, la loro radio comunitaria, fanno i propri scambi di esperienze, condividono, i nostri compagni e le nostre compagne, perché quel che vogliono è la vita. Ad esempio, come ci ha detto il SupGaleano, abbiamo parlato anche con lui e condividiamo che non muoia nessuno, come nel caso di una delle domande: cuociono la placenta del bebè, o la fanno bollire, in modo da restituirgli la vita. Questo si fa, semplicemente, con la lotta, non esiste un vero studio che dimostri che è il modo migliore. Quindi, tutto questo è stato tramandato per diverse generazioni. Quel che vi diceva il SupGaleano sulla colpa del fiore è che, nell’Educazione Autonoma Zapatista, abbiamo avanzato talmente tanto che i giovani e le giovane si sono accorti di aver imparato molto. Quindi quel che è successo è che il figlio di un compa -il figlio di un compa dei Tercios Compas- ha cominciato a chiedere, ha detto a suo padre che, avendo già finito le elementari, il primo ciclo -così dicono i compagni nei villaggi- il figlio del compa gli ha detto: “papà, ho già finito la scuola, ma continuerò perché voglio imparare di più”. Il Compa Tercio, che è il padre, ha dunque detto al figlio: “vediamo, perché il secondo ciclo -vale a dire la scuola media- è ancora in fase di pianificazione; è in fase di pianificazione perché, con l’educazione che vogliamo, non imparerete cose che non servono, ma di cui c’è bisogno. È pensata per far si che impariate cose utili” ha detto il compa a suo figlio. Allora il ragazzino, intorno ai 13, 14 anni, ha detto: “papà, non pensare di mandarmi qui, al Cideci, perché lì si impara la sartoria, la calzoleria e altre cose che si possono fare qui nel Caracol, ma per farlo manca che si mettano d’accordo” ha detto il ragazzino a suo padre. Quindi il ragazzino dice che, quel che vuole imparare, è di che sostanza è fatta l’artemisia e cosa cura. E quindi il compa, con il figlio presente, voleva che gli dicessi dove e quando può imparare tutto ciò. Io gli ho detto: “vediamo, perché non lo so”. Persino io sono rimasto molto sorpreso, pensando “si potrà imparare?”. Ho quindi parlato con il SupGaleano che dice che questo spetta agli scienziati, la scienza, quelli che studiano la scienza, gli scienziati insomma. Quindi ci accorgiamo che le future generazioni vedono altre possibilità e il meglio è che stanno pensando. Quel che vi sto dicendo è che nelle comunità c’è condivisione -o come si dice- delle tre aree, vale a dire dove vanno i compagni e le compagne a scambiarsi esperienze sulle piante medicinali, tra lavatori e levatrici, tra osteopati e osteopate. Cosí il ragazzino ha sentito parlare di molte piante che si dice curino questo e quello, no? Ma non si sa cosa, che sostanze contengono e dove impararlo. Quindi le compagne e i compagni dei villaggi si basano sulla pratica stessa di quel che fanno, sulle conoscenze di quel che fanno. Questo aprirà le porte a nuove esperienze, ma, allo stesso tempo, aprirà le porte ad altre necessità di voler imparare sempre di più. Quindi io credo che, ascoltando quel che viene proposto qui, tra di noi, speriamo che veniate a metterlo in pratica in un villaggio, in collettivo, i compagni e le compagne sarebbero molto contenti. In questo modo questa conoscenza sarebbe sfruttata di più. Con quel poco che hanno i compagni e le compagne… come dire… quel che viene fatto, quel che stanno costruendo i compagni e le compagne lo vedono anche altri fratelli e sorelle che non sono zapatisti. Ad esempio, negli ospedali dei compagni, gli ospedali autonomi, sono di più i fratelli partidistas ad essere operate e operati che gli zapatisti. È così che la gente non zapatista, cioè partidista come la chiamiamo noi, si rende conto che è molto meglio quel che stanno facendo gli zapatisti. Ormai dicono apertamente che è molto meglio quello che stanno facendo gli zapatisti. Ma non è solo nel campo della salute che i compagni e le compagne hanno fatto progressi, ma aiutano anche a fare politica. Orientano sul perché sono ingannati e manipolati così, sul perché sono dominati in questo modo. Quindi, se ci fosse più sostegno da parte della scienza, ci sarebbero più progressi dei compagni e delle compagne. Quel che vogliamo dirvi, allora, è che speriamo davvero di cominciare, qui e ora, con i nostri compagni e le nostre compagne dei villaggi, a vedere come fare per organizzare lezioni, laboratori, cose pratiche. Ciò che le compagne e i compagni considerano interessante e importante per affrontare la idra capitalista è la necessità di migliorare la salute e l’alimentazione, ma per questo è necessario imparare, ci vuole la scienza. I compagni e le compagne si danno da fare, come si è già detto più volte è con gli usi e i costumi, ovvero si fa la prova coltivando in un posto per vedere se ti cresce qualcosa, la zucca, o “el camote”, che è quello che cresce lì, perché non c’è uno studio scientifico lì, si tratta di quello che cresce in quel terreno e di che cosa non cresce lì. E si vive così con molta sofferenza, però se ci fosse lì una scienza, un laboratorio per esempio, lì sarebbe diverso, non é come fare delle prove ma si tratta di fare uno studio scientifico su quello che manca in quel terreno a madre natura o di quello che ti può dare in quest’altro. Quindi è così, allo stesso modo fanno degli studi anche i compagni e le compagne e che quindi siamo a questo punto. la verità è questa dell’artemisia di cui parla il ragazzino, quello che vuole sapere qual è la sostanza e che quindi da lì si é reso conto che esiste il resto, Scuole Autonome Zapatiste che hanno altre necessità rispetto a quello che vogliono apprendere i giovani.

Quindi fratelli, sorelle, compagni, compagne, coloro che abbiamo invitato con i compagni e le compagne e con cui stiamo formando un collettivo, le e gli zapatist@s come collettivo ci muoviamo e mostriamo al popolo Messicano che il popolo, il suo popolo può creare per se stesso il modo di vivere e non abbiamo bisogno di qualcuno che manipoli così la nostra ricchezza o di quelli che espropriano ciò che è nostro in quanto popolo, per questo abbiamo bisogno di stare uniti come popoli originari e con la scienza degli scienziati e la scienza degli artisti, immaginiamo, o costruiamo, o pratichiamo e dimostriamo a noi stessi che si si può fare, così come i compagni e le compagne della base di appoggio che, grazie al loro sforzo, la loro resistenza e il loro modo di pensare, di vedere e di creare, immaginare hanno dimostrato che, anche se non sanno leggere né scrivere, e anche se non hanno la padronanza della lingua spagnola, anche se nei fatti si ce l’hanno, quello che qui diciamo quindi, è che il sistema, il mal governo del Messico si é fatto da parte e stiamo praticando quello che noi pensiamo e che crediamo, pero non é solo questo, gli sfruttati, gli indigeni messicani, ma ci sono anche i fratelli e le sorelle delle compagne cosí come delle città. Ma per questo abbiamo bisogno di Scienza, per capire come costruiremo il mondo nuovo.

Abbiamo bisogno, c’è tanta necessità di questo come del ragazzino di cui parliamo, che essendo ragazzino sta già pensando che vuole conoscere, che vuole sapere perché è così importante la sostanza di cui è fatta l’artemisia, perché ascolta molto nel collettivo, nella condivisione che si fa con le compagne e i compagni. Quindi questo è quello che vogliamo proporvi, che quindi speriamo di unirci per creare un’ altra maniera di vivere, un’altro modo di pensare, immaginare come costruiremo un cambiamento, che cosa é veramente il cambiamento non solo di nome, né tantomeno di colore.

Questo è quello che vi possiamo offrire compagni e compagne, fratelli e sorelle.

Subcomandante Insorgente Moisés Subcomandante Insorgente Galeano

Traduzione a cura del’Associazione Ya Basta! Milano e di 20zln

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